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Alessandra
Lo spazio sfinito


Diario


18 ottobre 2007

Cara Mietta

ciao amica mia, ancora non ho imparato come si risponde ai post... così ti rispondo da qui. Anche io ti conosco oramai da tempo e so bene quanta dedizione e pazienza dedichi alle persone a te care e sono sicura che il loro affetto non ti manca.
Quello che desidero dirti è che anche io continuo a fare per i miei figli da "aiuto scolastico" nei modi e nei tempi che mi sono concessi. Anche io controllo diari, compiti, faccio ricerche, li faccio ripetere, strappo anche pagine di quaderno mal scritte. Io mi occupo di andare a parlare con i professori, vado alle riunioni dei consigli di classe, sono stata rappresentante, ho fatto parte del comitato genitori del liceo. Non sono una mamma che non si interessa. Sono una mamma che deve lavorare per mantenerci. Questa sera non andrò a scuola perchè ho Francesco molto raffreddato e voglio stare con lui e Mattia. Per me, e lo sai bene, loro vengono sempre prima di tutto. Non per un senso di dovere assolutamente ma per scelta, per istinto. Io con i miei figli sto bene, loro non mi annoiano mai. Resta il fatto che devo lavorare e la parte critica del loro/mio tempo lo trascorro qui. Questo è il mio vero problema, non la scuola serale (tra l'altro sto studiando in psicologia tante cose interessanti sui bambini, averle sapute quando loro erano piccoli !!). Sono, per altro, convinta che l'insuccesso scolastico non significa una mancanza di... una carenza di... (sensibilità, maturità, intelligenza ecc.). Tra l'altro Francesco che è in prima liceo è bravissimo ! ed hanno la stessa madre, non hanno nemmeno due anni di differenza eppure Francesco ha trovato il suo metodo, le sue motivazioni allo studio (e meno male) ma questo non significa che lui "è meglio", lui è lui. E mi ritengo fortunata perchè sono, nella vita, due bravi
ragazzi di 16 e 14 anni. Sia come mamma che come persona ho ancora tanto da imparare ma è l'attenzione che conta, l'accudimento, l'esempio. Come direbbe la mia Prof.: "per un bambino conta la base sicura e l'interazione". E su questo credo che nessuno possa rimproverarmi.
Cara, spero che tu stia bene, ti ringrazio per le tue parole che mi fanno sempre fermare a riflettere.
Ti abbraccio con affetto.
Alessandra




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15 ottobre 2007

Fede, speranza e carità

Pubblico un post scrittomi da una persona sconosciuta, Fede. E' vero che chi scrive in un blog si espone alla visibilità ed ai commenti altrui ma magari questi - altrui - (ed - altri - restano) dovrebbero considerare che un diario riflette l'emozione di un mometo e resta tale anche se scritto su un blog. Troppo comodo pontificare e giudicare dall'alto in modo anonimo senza, per altro, conoscermi affatto. Non ricordo di aver detto mai "atrocità" a mio figlio se così fosse chi mi sta vicino e mi conosce me lo avrebbe fatto notare. Lui stesso di sicuro. Credo inoltre che l'insuccesso scolastico non significhi mancanza di sensibilità o maturità. Io sono convinta di fare quanto di meglio possibile con i miei figli con le risorse e le capacità che posseggo in questa circostanza. Questo post è stato comunque per me un momento di riflessione e ci tengo che sia reso visibile.


"Sono capitata qui cercando su Google un libro. "Cancellazione" di Percival Everett. Un libro che parla di "rimozioni totali".
La storia di uno scrittore afroamericano figlio e nipote di medici. Una biografia perfettamente borghese. E per questo considerato dalla critica e dal pubblico lontano dalla "vita vera dei neri americani", poco realistico. Come se la sua esistenza borghese, senza miseria e senza violenza, fosse falsa.
Allora, invece di tornare ai risultati di Google sono incappata nelle foto dei suoi figli, arrivando al post dedicato a Mattia, un adolescente che rischia tutto quello che ha, cioè i rapporti interfamiliari, rapporti sociali, impegni di scuola. Rischia come solo i "giovani" sanno fare. Mettendo tutto in discussione.
E poi leggo di una madre che al figlio dice: "vuoi diventare un fallito?!" e altre atrocità che solo le madri sanno farsi uscire di bocca verso degli esseri fragili come gli adolescenti.
Alla fine cosa scopro?
Che proprio questa madre è una fallita in termini scolastici. Quanta "rimozione profonda". Troppa. Ho dovuto dire la mia. Chi pubblica in rete e si espone alla visibilità, ai commenti altrui, credo sia pronto a sentirsi dire qualunque cosa.
Con occhi esterni la mancanza di comprensione reciproca è lampante. Perchè non prova a ricordare che adolescente è stata e perchè non prova ad ascoltare e basta.
Il libro "Cancellazione", che stavo cercando, riflette sui sovrabbondanti luoghi comuni che costringono spesso ad adattarci al "senso comune" dimenticando noi stessi. Non insegni questo a suo figlio. Gli insegni ad ascoltare, accogliere e capire la sua parte buia. Solo così riuscirà ad illuminarla. Prima o poi.
"

Aggiungo anche il commento della mia amica Mietta poichè non ho ancora imparato a rispondere ai post.
Desidero dirti, amica mia, che dovresti sapere che io lavoro sino alle 18.00 e posso essere a casa alle 18.30 e che quindi sono assente durante il momento dei compiti, dubito che il fatto che io vada a scuola dalle 19.00 alle 24.00 possa in qualche modo distogliermi dall'attenzione sui  miei figli di 16 e 14 anni e dai loro impegni scolastici. Se avessi potuto mi sarei licenziata per stare con loro ma tu sai bene che non lo posso fare. E se invece di andare a scuola avessi fatto come tante mamme che vanno in palestra ? cinema ? discoteca ? o escono con le amiche... invece di studiare tanto come sto facendo, cercando anche di dare un esempio ai miei figli, cercando di far capire loro che non bisogna rassegnarsi e cercare di migliorarsi sempre ? Ciao.

"Sapevo della tua iscrizione a questa scuola...me ne avevi parlato per @....
Tu fai bene a sentirti realizzata, ma, al posto tuo, io mi sarei dedicata maggiormente ad aiutare i figli nei loro studi e compiti pomeridiani-serali.
A presto"




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10 settembre 2007

Gli esami nella vita non finiscono mai

Finalmente ritorno alla mia pagina bianca. La mia nicchietta che sa di bucato, di pulito. il mio rifugio. Ne ho sentito molto la mancanza in questi ultimi mesi. Tutto ciò che mi accadeva, che facevo; le sensazioni e le emozioni le trattenevo dentro senza riuscire a esprimerle se non in maniera equilibrata o razionale. In ogni caso, nel modo in cui gli altri si aspettavano da me. Ma ora finalmente posso far rifluire in maniera a-razionale tutto ciò che irrompe dentro di me. Ho superato gli esami di idoneità per la classe IV del Liceo delle Scienze Sociali corso serale. Ce l’ho fatta !! Questa sera sarà il mio primo giorno di scuola. Sì, la scuola, davvero: diario, libri, quaderni, interrogazioni, professori e quant’altro. Venticinque anni fa dopo la bocciatura agli esami di maturità fatta al liceo scientifico credevo di avere chiuso, chiuso per sempre, con l’istruzione istituzionalizzata. Fu un trauma enorme che segnò definitivamente la mia vita, le mie scelte e negò ogni mia aspirazione di quegli anni ed io per anni non ci ho più voluto pensare. E poi invece in maggio… sono venuta a conoscenza che esisteva il liceo delle Scienze Sociali corso serale. Ho voluto informarmi. Il colloquio con la Vice-Preside durò a lungo e lei mi disse che mi consigliava di fare direttamente gli esami di idoneità per la classe IV e quali sarebbero stati gli esami integrativi che avrei dovuto sostenere a settembre: scienze sociali (che comprende psicologia, sociologia, antropologia culturale e etologia), laboratorio di scienze sociali, diritto ed economia (terribile), linguaggi non verbali e multimediali (non sapevo nemmeno cosa fossero), statistica (matematica !!!) e una seconda lingua straniera. Una seconda lingua straniera ??!! ero sgomenta. Il corso serale prevede francese. Ma io da molti anni desideravo imparare lo spagnolo e Lei mi disse che avrei dovuto, nel caso fossi stata ammessa, imparalo privatamente ma che questo non rappresentava per la scuola un problema. La Vice Preside mi consigliò di parlarne con il Professore responsabile del corso serale (ora mio Prof. di italiano). Ed io l’ho fatto. L’ho incontrato. La frenesia di quei giorni non riesce a farmi ricordare bene il nostro primo incontro. Fuori della scuola e poi in un bar all’angolo. Nel frattempo lavoravo, nel frattempo c’erano gli esami di terza media di Francesco, nel frattempo c’era la probabile bocciatura di Mattia, nel frattempo mille cose pratiche e i soliti problemi e economici che sembrano sempre cani inferociti che mi stanno alle calcagna. Per provvedere all’iscrizione all’esame dovevo produrre certificazioni. Il Liceo scientifico mi disse che a causa di un incendio l’archivio pagelle era andato distrutto, sembrava dunque che ogni traccia di me fosse andata perduta (come nella vita degli altri ?) Le mie pagelle del liceo non le ho mai avute, forse i miei genitori, visto i risultato le hanno distrutte, o forse dopo 25 anni sono imbucate in qualche cassetto di casa. Al Liceo hanno dovuto fare una lunga ricerca per ricostruire la mia frequenza di almeno tre anni. Fortuna o meno l’ultimo anno e la maturità la avevo fatta presso un collegio e loro mi hanno fornito i documenti dell’ultimo anno sufficienti per provvedere almeno all’iscrizione all’esame. In base hai programmi dei tre anni scolastici di Scienze Sociali, che non è stato affatto semplice avere, e alla lista dei libri dell’anno scorso ho iniziato a studiare. Studiare mi sembra un termine inappropriato se ripenso ai primi giorni di giugno. Cercavo di orientarmi e mi perdevo. Ricominciavo cercando un legame tra un argomento e l’altro, mi scoraggiavo e riprendevo. Cadevo e mi rialzavo mille e mille volte. Studiavo in ogni momento libero della giornata, cioè molto pochi come si sa. Tra studiare ed essere abituati a leggere c’è una bella differenza. E’ un’altra cosa. Mi tormentava la mia labile memoria. E’ sempre stata il mio cruccio la vaghezza per le date e le definizioni. I miei Capi Ufficio, sia il mio giovine Capo che il Capone non hanno accolto bene questa mia scelta di tornare a scuola. Anzi. Mi hanno ignorata, derisa, svergognata perché per loro il diploma è qualcosa che ottiene chiunque con un minimo di impegno ed io non sono riuscita nemmeno in quello. Come dargli torto ? In torto cadono non sapendo come era la mia vita 25 anno fa e com’è la mia vita adesso. Il mio giovine Capo mi ha detto solo che per lui che io abbia un diploma o meno non fa differenza, il mio lavoro resta lo stesso, a lui interessa solo che questo mia scelta non interferisca con il mio rendimento d’ufficio. E voilà !! non che io mi aspettassi nulla di diverso… come potevo far capire loro che a me non è tanto il diploma in se ad interessarmi ? lo so benissimo che alla mia età e nella mia condizione non può cambiare nulla. E’ quello che sto studiando che mi interessa, quello che sto studiando è ciò in cui io credo: il relativismo culturale, lo sviluppo sostenibile, la metodologia della sociologia, la scienza ed il pensiero, il comportamentismo, l’interazionismo… Ho già fatto una lista di tutti i libri in materia che desidero leggere. Il mio Professore, di cognome illustre, mi ha messo in contatto con quella che è ora la mia Professora di spagnolo. E qui ci vorrebbe una pausa, una parentesi, nel mio racconto. Questa meravigliosa giovane ragazza non solo sa parlare ed insegnare perfettamente spagnolo (ho preso sette e mezzo nel compito d’esame) ma è diventata in questi due mesi una figura di riferimento emotiva per me. E’ una splendida figura nella mia vita ed io sono felice di aver avuto la possibilità di conoscerla. Mercoledì 5 settembre ho fatto lo scritto di spagnolo. Che strana sensazione ritrovarmi seduta in un banco… mi vergognavo tanto e mi facevo anche un po’ pena mentre mi guardavo in giro e vedevo solo ragazzi e ragazze giovanissimi, un mare di ragazze e ragazzi giovanissimi. Terminato il compito dovevo tornare di corsa in ufficio perché ero in permesso, scendendo le scale trafelata ho incontrato il mio Uomo Ombra… eh sì, Lui. Sottile e svagato. Abbiamo parlato un poco poi ci siamo ripromessi di rivederci l’indomani per gli orali. Ma ero tranquilla perché sapevo che non sarebbe stato nella mia commissione.

Giovedì mattina dopo una vera - notte prima degli esami – dove ho dormito credo due ore sono arrivata ben prima delle ore 8.00. Mi sono soffermata a guardarmi intorno fumando l’ultima sigaretta e ispirandomi ai pensieri più fatalistici: che vada come deve andare, io ce l’ho messa tutta, vedremo… salendo le scale ero ovviamente agitata e ansiosa (e chi se lo ricordava più !) ho visto avanzare i professori… il mio Uomo Ombra è entrato nella classe dove dovevo fare i miei sei orali. Non ne è più uscito.

Ora vado incontro alla mia prima sera di scuola, ore 19.00 prima campanella. Ho tante cose ancora da raccontare e che non voglio dimenticare.




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15 giugno 2007

Adios

e lo so, lo so… è stato meglio così. Per lui, per tutti noi. Piuttosto che arrancare in un nuovo anno scolastico e più difficile, con le sue lacune profonde è stato meglio fermarlo e fargli ripetere la seconda classe. Era meglio bocciarlo lo scorso anno piuttosto che dargli tre debiti e farlo passare. Continuo a ripetermelo che un anno perso non è la morte di nessuno, che (forse) questa esperienza gli servirà per maturare, che potrà studiare con minore difficoltà e rimediare latino, storia ed inglese… ecc. ecc. Ma io sono la mamma !! le lacrime mi scendono dal viso senza voler piangere, all’improvviso, in ogni momento da ieri, quando dalla scuola mi hanno telefonato per fissarmi per oggi un appuntamento con il Prof. responsabile di classe, ed oggi ascoltando il professore (in pausa pranzo). So che hanno ragione. So bene che Mattia non ha studiato abbastanza, che non si è impegnato, che non ha recuperato i debiti, che non ha minimamente cambiato il suo atteggiamento: indolente, disinteressato, annoiato, demotivato, non partecipe. Il prof. era sinceramente dispiaciuto perché stima molto Mattia e crede nelle sue capacità, nelle sue intuizioni diciamo: “scientifiche”. Ma deve studiare. Ha aggiunto che tutto il corpo insegnante lo apprezza come persona ma deve reagire e affrontare l’impegno che lui stesso ha scelto. Mi sento scorata. Non mi sono mai sentita tanto sola come in questi ultimi giorni. Chi può comprendere la mia pena ? chi può condividere e sollevare questa povera mamma qua ? L’unica cosa che desidero è per mio figlio. Vorrei che davvero questa bocciatura potesse “servirgli” a migliorare i buoni aspetti del suo carattere ed a modificare quelli che non sono funzionali. Sono fermamente convinta che se potesse fare un lavoro durante l’estate questo lo aiuterebbe molto. Ma compirà 16 anni solo a metà agosto. Ho mandato via non so quante richieste di lavoro stagionale per lui ma… niente. Sto insistendo con suo padre che lo butti dentro a lavorare da chi conosce lui o presso l’officina dell’azienda in cui lavora. Ma come sempre Carlo è restio a chiedere favori… L’ideale sarebbe che fosse Mattia stesso ad andare girando a chiedere lavoro. Questo sarebbe già un gesto di maturità.
Anche questa volta Mattia è involontariamente riuscito a rubare la scena al fratello. Il mio Francesco sta portando avanti i suoi esami di licenza media quasi senza farsi notare, con metodo, costanza, attenzione. Dimostrando come sempre il suo animo gentile ed equilibrato. Ha iniziato gli scritti mercoledì 13 con la prova d’italiano, ieri con quella di francese, oggi inglese e domani matematica. Gli orali purtroppo li farà solo il 25 giugno. Speravamo prima… ma Francesco ha sempre un bel modo di vedere le cose e ha detto che per fortuna in quel giorno sarà il primo ad essere interrogato e non dovrà aspettare. Ha preparato il suo esame orale componendo una presentazione in power point studiandosi il programma da solo. Ed è bellissima. Come la sua pagella. Come lui: buonissimo. Francesco farà 14 anni a luglio ma ha ancora le fattezze fisiche di un bambino. Ha una personalità però, molto spiccata. Sono molto attenta a non creare squilibri di attenzione/i tra i due fratelli e adesso voglio dedicargli tutto il mio interesse e stargli ancora più vicino in questo suo momento. Mi auguro solo che i nonni mantengano la promessa e gli regalino la bicicletta, che desidera tanto, per la promozione. Mattia la sua se l’è giocata.

Che dire di me, invece… Ho dato il via ad un progetto che accarezzavo da anni. E’ un progetto ambizioso, esagerato. Direi “presuntuoso” visto le mie condizioni di vita. A settembre probabilmente, se la mia domanda varrà accettata, farò gli esami di idoneità per un corso di studi che poi frequenterò per due anni la sera dalle 18.50 alle 23.45 dal lunedì al venerdì. Detto così sembra un suicidio e forse lo è. L’indirizzo di studi che ho scelto è quello delle scienze sociali. Dovrò dare quindi esami integrativi di diritto ed economia, scienze della terra e sperimentali, linguaggio non verbale e multimediale, scienze sociali che comprende: psicologia, pedagogia e sociologia, laboratorio di ricerca sociale e… purtroppo ma per fortuna: una seconda lingua straniera. Ho scelto spagnolo. Lunedì inizio le lezioni con una insegnante. Per le altre materie devo arrangiarmi in questi due mesi. Se mi fermo a pensarci mi prendono gli attacchi di panico. Ma la preside della scuola, il professore dei corsi serali e la mia dottoressa sembrano tanto entusiasti della mia decisione !! E’ vero che le mie motivazioni sono tante e forti ma mi spaventa la mia mancanza di tempo, i miei impegni familiari che sono prioritari, la mia resistenza fisica… Però mi entusiasma pensare di poter riprendere a studiare filosofia, italiano, storia. Mi piace l’idea di poter avvicinarmi alla psicologia ed agli aspetti sociali che da sempre mi coinvolgono. So di essere – vecchia – per sedermi sui banchi di scuola ma, dice il professore, non sarò ne la prima ne l’ultima e nel corso serale non ci faranno nemmeno caso. Stranamente, anzi, come al solito mia sorella non ha reagito bene a questa mia idea (che le frega poi a lei ?) e mi dispiace davvero molto. Il mio senso di solitudine è aumentato a dismisura. Per fortuna i miei invece alla notizia hanno reagito in maniera entusiasta. Per il momento mi sostengono almeno verbalmente… vedremo quando sarà il momento di sostenermi anche all’atto pratico !!! Non riuscirò poi così spesso a scrivere il mio diario e questo come al solito mi rammarica… ma anche se poco ci proverò.
Allora… buena suerte y hasta luego !!




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30 maggio 2007


Molte volte mi domando… come ci si sente ad avere un’automobile che funziona? Come ci si sente a salire in una macchina sapendo che partirà al primo giro di chiave? Come ci si sente a - non - avere la preoccupazione costante che la macchina possa, per un x motivo, smettere di funzionare. E, soprattutto, come ci si sente a guidare una macchina che sai ti porterà fino a casa la sera. La sera che sono così stanca. E non c’è pioggia, non c’è gelo, non c’è guasto imprevedibile, non c’è riserva terminata che la può fermare. Io non lo so come ci si sente, non so nemmeno se questo migliorerebbe la qualità della mia vita. Davvero. Avrei dovuto nascere con una scorta di fatalismo in più. Ma tanto io di scorta non ho nemmeno la gomma !!

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Sabato 26 ho partecipato alla presentazione del libro “Manager Oggi” scritto dal Prof. Giorgio Brunetti e da, per, il dr. Gianni Mion. Un libro-intervista. Nella prefazione il Prof. ha fatto una breve ma interessante storia dell’economia aziendale in Italia. Non pensavo che la figura del manager potesse aver avuto un suo sviluppo negli anni. Un’evoluzione, una storia. A dire il vero non ci avevo mai pensato ai manager. Chissà perché ho sempre avuto una specie di idiosincrasia congenita verso questi lavoratori/tipo spesso ambigui, impegnati in giochi di potere e connivenze. Troppi ne ho visti e ben pochi ne ho stimati. Alla presentazione sono dovuti intervenire anche i miei recalcitranti Capi ufficio. Quando siamo entrati nella piccola sala Stefano era già lì. Stringeva mani, sorrideva. Il suo fisico sottile era mobile, elastico. Non mi è parso sorpreso di vedermi, anzi, ho osato pensare che uno di quei sorrisi potesse essere per me. Stavo bene e lo sapevo. Mi sono seduta tra il mio giovine Capo ed il mio Capone. Troneggiavo. I moderatori e gli autori hanno detto cose davvero molto interessanti. Fortunatamente avevo letto il libro nei giorni scorsi e così ho potuto capire meglio, molto meglio, ciò di cui parlavano. Ovviamente Stefano, coscienzioso (per essere sicuro di essere visto) si era seduto nelle prime file. Noi come indisciplinati scolari, nell’ultima. Lo guardavo, o meglio, se volgevo lo sguardo alla sala la sua immagine si intrometteva tra la realtà e la mia percezione di essa. Come sempre del resto, ma questa volta lui: c’era veramente ! (se lo penso lui c’è, lui è. Se io lo vedo lui c’è, lui è, lui esiste !!). In ufficio lo vedo sempre ma solo di sfuggita e lo evito alla grande. Però devo dire che l’ho visto un po’ invecchiato… sì, certi segni del tempo sul suo viso, sulle mani, tra i capelli, impercettibili certo, ma l’immagine che trattenevo di lui non li conosceva. Questo improvviso pensiero mi ha intenerito e turbato. Come una dama dell’ottocento mi sono portata una mano allo sterno ed ho emesso un sincopato ”ohò”. Questa mia espressione era perfettamente in sintonia con la scenografia. Al termine della presentazione sono andata a farmi firmare il libro dal Professore. Mi ha fatto anche la dedica !! I miei Capi hanno deciso che non era il caso di andare anche al pranzo organizzato per le 13.00. Invece ero sicura che Stefano non avrebbe mancato e sinceramente temo ancora per ciò che può aver detto o indotto a far pensare a quelle persone riguardo al mio giovine, tanto giovine, Capo.

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Non basta che il mio giovine Capo dica che non ha paura di Stefano perché sia al sicuro da lui.

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Sempre sabato 26, prima di andate alla presentazione, ho incontrato il mio collega Francesco e l’ho trascinato alla mia libreria di fiducia. Avevo bisogno di tranquillizzarmi, avevo bisogno di muovermi in un ambiente in cui potessi riconoscermi, che fosse consono al mio modo di sentire. Muovermi tra i libri riesce a farmi stare meglio. Sapevo già cosa volevo acquistare. Mi frenava solo la mia poca disponibilità economica. Ma in quella occasione avevo la necessità impellente di possedere - quel – libro, come un amuleto, come un marchio distintivo, esplicito, della mia inadeguatezza al mondo di cui ho tanto timore. Sì, è giusto: ho timore sia della mia inadeguatezza sia del mondo. Sono scivolata tra gli scaffali e mi sono rivolta al libraio per chiedergli: “Cancellazione” di Percival Everett, “Greco cerca greca” di Friedrich Dürrenmatt a cui si è aggiunto, grazie ad un sostanziale sconto, “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini. Avevo appena finito di leggere Glifo (Glyph – è anche presente come blog nel nostro cannocchiale) l’ultimo romanzo di Percival Everett che va studiato più che letto. Il modo di scrivere di P.Everett mi ha stregato e non esagero. Mi ha avvinto trascinandomi in una ricerca che mi ha impegnato per alcuni giorni. Mi ha affascinato l’originale composizione del romanzo. Il linguaggio, la struttura. Mi sorprende e m’indigna sapere che questo autore così innovativo e particolare (alla lontana, poiché Everett resta Everett, potrebbe richiamare una commistione di Vonnegut, Pennac e J.S. Foer) ha già scritto 16 o 17 libri ma in Italia ne sono stati tradotti solo due. Mi rifiuto di credere che sia perché è un autore afroamericano che fa il pastore e gli piace pescare. Ignobili processi dell’editoria… “Cancellazione” ha un linguaggio e dei contenuti di più semplice comprensione, dei riferimenti più conosciuti, rispetto a “Glifo”. Sfido chiunque a scrivere un brano citando il teorema di Pappo. Sto terminando “Cancellazione” e sento già nostalgia. Aver letto “Il cacciatore di aquiloni”, prestatomi da “Lui” peraltro, è stata un’esperienza formativa per me che poco sapevo dell’Afghanistan e dell’Iran. Un romanzo intenso, passionale, scritto bene. Una promessa, insomma. Spero tanto che “Mille splendidi soli” riesca a suscitarmi le stesse emozioni. E allora ripenso a “L’ombra del vento” di Ruiz Carlos Zafon di cui è stato detto – è un libro più che magnetico: è magico – e a “La storia dell’amore” di Nicole Krauss (moglie di J.S. Foer, accidenti !!) tutti libri, va sottolineato, consigliati da “Lui”.

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Il mio pusher letterario mi sta evitando di brutto. E però. Io “non rinuncerò mai al mio mestiere di donna” (semmai leggesse queste righe capirà). Volevo solo essere gentile.

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Venerdì 25 sera sono andata con Carlo ad una cena organizzata dal Comitato Genitori del liceo di mio figlio Mattia. Non abbiamo fatto la solita pizza di fine anno scolastico ma una cena in un ristorante etnico ! Ho provato così per la prima volta la cucina marocchina, seduta sui divani, bevendo tè e mangiando cibi tradizionali. A parte il temporale ed il pensiero dei miei ragazzi a casa da soli è stata una serata davvero gradevole. Erano presenti il Presidente del Comitato, la Preside, la Vice-Preside e i soliti genitori che vengono alle riunioni. Sono genitori che hanno figli di età diversa e frequentano corsi e sezioni diverse da quelli di Mattia. Eravamo circa una dozzina di genitori ma pur essendo la nostra una conoscenza superficiale si era creata, quella sera, una piacevole sintonia. Delle volte mi stupisco di me stessa; di come riesco, in certe occasioni, ad essere tanto comunicativa con la gente, di come agli altri io possa risultare involontariamente simpatica o interessante o eccetera, eccetera…




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22 maggio 2007

Brainstorming

Brainstorming è un termine inglese bellissimo. Composto da to storm verbo che significa: infuriare, scatenarsi e brain s. cervello, intelligenza, capacità intellettive. Significa per lo più: confrontare le proprie idee con altri su un problema specifico. Solo “Lui” poteva nominare così i suoi staff meeting. Nel mio caso il sostantivo brainstorm inteso come 1) raptus, attacco di pazzia 2) idea, ispirazione improvvisa; mi pare più appropriato. “Lui” appare, compie un valzer hesitation davanti alla mia scrivania, estrae dalla sua borsa un libro e ci parla sopra. Vedo solo le letterine colorate delle parole che escono dalla sua bocca da baciare. Mi porge “Jezabel” di Irène Némirovsky. Lo guardo. Il libro. “Lui” mi aggiunge un foglio, una fotocopia di articolo di giornale dove “Lui” viene citato per una sua - personalissima - apologia di Hornby. Mi sento a casa mia e lo dimostro. “Lui” mi dice visibilmente compiaciuto: “smettila di urlare”, uscendo dal suo schema convenzionale, rigidissimo, di comportamento. Il tono della sua voce non è mai stato tanto indulgente, confidenziale, intimo. “Lui” riesce a convincermi della sua ferocia, ma non è bravo a nascondere altrettanto bene la sua timidezza. Ho distolto il mio sguardo da “Lui”. Non avrebbe sopportato tanta passione.

 

Ai miei pensieri vanno strette le parole.

Quelle che ascolto invece pesano. Mi pesano sul cervello. Se mi concentro mi sembra di vederle tutte queste parole parlate. Come lettere alfabetiche magnetiche colorate si appiccicano tra di loro. Le parole pronunciate escono dalle cornette dei telefoni, dalle bocche dei colleghi, al supermercato, alle poste, ovunque, anche da chi parla da solo o con altri. Io le vedo, mute, uscire e avvolgersi in sciami per depositarsi a collo d’imbuto in picchiata sul mio cervello.

Ho sviluppato invece una buona tolleranza alla scrittura altrui. Leggo, leggo, leggo in maniera sistematica, selettiva. Non avendo una storia mia da vivere leggo quelle degli altri. Da cui ho molto da imparare del resto. Non avendo alcun talento linguistico mi crogiolo nel piacere di quello degli altri. Scrittori bravi ce n’è un numero alla n dimensione. Ed io sono sospinta dalla paura di non riuscire ad esprimere ciò che ho dentro. Temo che questo - ciò che ho dentro - possa imputridire e marcire infettando me, il mio corpo. La mia totale mancanza di talento, la mia incapacità d’espressione, soffocherà ciò che ho dentro e quindi me che sono - ciò che ho dentro+apparenza; +apparenza sarà solo ciò che mi definirà.  E i miei segni esteriori non sono buoni. Non è un buon segno. Se smetterò di scrivere, o di cercare una mia forma espressiva, si incasinerà il me significante ed il mio significato. Non lo auguro al mio peggior nemico che mi sa che sono proprio io. E qui il cerchio di chiude.

 

Avrei tante cose da raccontare… ma il tempo, il mio linguaggio mi minaccia.

 

Sera.

Io: “Mattia, per favore, non passarmi la scopa sui piedi che porta male”

Mattia: “perché?”

Io: “non potrò più sposarmi” (=avere una relazione intellettuale, emotiva, intima con un uomo)

Mattia e Francesco: “Ahh, beh, tanto ormai…”

E’ evidente che sono spacciata.




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18 maggio 2007

Caro Mattia

lettera difficile da scrivere questa. Sono calma ora, un po’ più calma di venerdì pomeriggio dopo il nostro colloquio con la Preside; la riunione del consiglio di classe tua con genitori e professori e l’incontro per le tue spiegazioni, giustificazioni, alla tua professoressa di latino dopo che ti ha dato un’altra nota. L’amarezza mi ha fatto nascere lacrime silenziose che tu hai finto d’ignorare. Sapessi come mi dispiace, per te figlio mio. Mi dispiace così tanto. Con un po’ più d’impegno a scuola potresti vivere meglio anche il tuo tempo libero. A 15 anni c’è il tempo per la scuola e c’è il tempo per “l’adolescenza” fatta di conoscenze/esperienze, belle e meno belle, che aiutano a crescere. E’ con l’esperienza che acquisiamo la consapevolezza del futuro, che non è un prolungamento del presente. Al futuro ci si arriva attraverso porte che si aprono e si chiudono, situazioni che cambiano e cambi anche tu. Più di quello che stiamo facendo io, tuo padre e tuo fratello davvero non sappiamo che fare. Sei tu che devi crescere. Noi in questa situazione ci sentiamo impotenti e frustrati. Ma non rinunceremo a sostenerti. Come ti ha definito un giorno tuo zio Andrea? Infingardo e un po’ gaglioffo. Abbiamo guardato insieme, con anche papà, sul vocabolario il significato dei due termini: Infingardo agg. 1. che rifugge dalla fatica per pigrizia o mancanza di volontà; s.m. 2. persona pigra e svogliata. Gaglioffo… beh, ti abbiamo spiegato, non significa solo furfante, manigoldo, cialtrone ma si dice anche di persona inetta, buona a nulla. E’ questo che vuoi essere tu ? No, non credo. E allora perché non provi a fare diversamente? Hai visto che il tuo metodo non funziona: cambialo. O almeno prova. Perché continui a percorrere una strada di sofferenza e che inevitabilmente ti condurrà al fallimento? Tu non ci rispondi, rimani muto e ci guardi. In quanti continuiamo a ripeterti sempre, sempre la stessa cosa… devi studiare!! Lo so, costa fatica ma è una fatica adeguata alla tua età. Quando non studiare si trasforma in abitudine diventa un rifiuto della realtà che si collega poi, e da vita, a malesseri profondi, credimi. Chi a 16 o 17 anni rinuncia alla scuola per il lavoro, sbaglia, ma fa una scelta; chi rinuncia e basta, rischia il naufragio. Il vero perdente non è colui che non ha saputo conquistare la vittoria ma chi non ci ha mai nemmeno provato. Ricordalo sempre. Hai già dato dimostrazione che se ti ci metti riesci in tutto quello che fai. Allora perché ? che senso ha perdere un anno scolastico così? Lo so, che un anno perso non è la fine del mondo. Non è questo il problema, anche se mi dispiace per te. Le nostre preoccupazioni sono altre. Te l’ha detto anche la Preside: tu non è che non sei capace. Tu non lo vuoi !! e non sai dirci nemmeno che cosa vuoi… che cosa vuoi fare in questa situazione? Mi hai fatto venire in mente il personaggio di una novella di Pirandello che dopo aver ucciso una bambina dai capelli rossi stenta egli stesso a riconoscersi nella sua condotta e a capirne i motivi: “Dopo l’interrogatorio ascolta, curvo sulla seggiola, e con una cupa meraviglia negli occhi, (…) le ragioni che gli altri escogitano per spiegare il suo atto. La sua meraviglia è che possano essere tante, queste ragioni, mentre lui non sa vederne nemmeno una; tante, e tutte parer vere e probabili sia quelle escogitate in suo favore, sia quelle contro di lui”.
Ti aspetto a casa, ti voglio bene.


Treviso, 28 aprile 2007




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3 aprile 2007

Le affinità elettive

Andrea ed io, talvolta capita, riusciamo a scambiare delle opinioni (oltre che stupende poesie). Nel blocco 11 lui è l’unico da cui riesco a trarre spunti di riflessione che poi inseguo per conto mio. Le sue sono osservazioni argute ed intelligenti su argomenti di tipo artistico-socio-esistenziali; geopolitico e psicofilosofico. Quelli che piacciono a me, appunto. Quelli su cui ti sfasci la testa, perdi la voce ed alla fine non si arriva mai a capo di nulla. Lui mi regala qualcosa di suo tra un saluto veloce e un gesto di intesa. Ultimamente ci troviamo in contrapposizione su quello che ritengo un tema di eterna attualità, almeno per me, un annoso dilemma. Andrea è per la - consapevolezza - ed io per - l’inconsapevolezza - come miglior stato mentale per sopravvivere alla realtà, al quotidiano, di noi “urbani”. Solo su un punto abbiamo avuto il tempo di accordarci, per il momento. Andrea mi ha fatto una copia di una pagina di un libro dello scrittore Ryszard Kapuscinski: “Imperium”. Libro che lui ha acquistato presso l’edicola di una stazione ferroviaria tra lo sferragliare di un treno e l’altro.
E mi sembra di vederlo, con la sua aria svagata mentre sfoglia un libro in una edicola mente viaggianti, ignari di lui, l'accostano e si allontanano estranei - inconsapevoli. Così sono le stazioni luoghi di solitudine. Ho copiato pedestremente non tralasciando le sue frasi evidenziate a sostegno della sua tesi. Possiamo ampliare e considerare questa parte del testo riferita anche, e non solo, al piccolo mondo personale in cui noi ci muoviamo. I consapevoli ovviamente sono o tendono ad appartenere al terzo gruppo. Nello stato d’animo in cui personalmente mi trovo a vivere, stropicciato, mi accontenterei della inconsapevolezza tipo Candido-Voltaire ma riconosco, si lo riconosco, che riuscire ad acquisire le caratteristiche del terzo gruppo sarebbe una mia personale aspirazione.

   Tornammo ai vagoni a notte fatta. Nevicava, il ghiaccio scricchiolava sotto le scarpe. A Zabajkalsk avevo ricevuto un’ulteriore lezione sul fatto che qui la frontiera non è un punto sulla carta, ma una scuola. Gli allievi che ne escono si dividono in tre gruppi. Il primo, quello degli agitati da una collera sorda. I più infelici, perché tutto all’intorno provocherà in loro uno stress, li porterà a uno stato di furia, di follia. Li innervosirà, li irriterà, li torturerà. Prima ancora di rendersi conto di no poter cambiare o correggere nulla della realtà circostante, saranno travolti da un infarto o da un ictus. Secondo gruppo: costoro osserveranno i cittadini sovietici e imiteranno il loro modo di pensare e di agire. La loro caratteristica fondamentale sarà l’accettazione della realtà esistente e persino la capacità di trarne una certa soddisfazione. In questo caso risulterà di grande aiuto il detto che conviene ripetere a sé e agli altri ogni sera, per quanto infame possa essere stata la giornata appena finita: “Rallegrati di questo giorno, perché uno così bello non torna più!”. E infine il terzo gruppo, quello di coloro per i quali tutto è interessante, insolito, inverosimile, coloro che vogliono conoscere, verificare, approfondire questo mondo così diverso e finora sconosciuto. Proprio costoro saranno capaci di armarsi di pazienza e mantenere il distacco (non la superiorità!) e uno sguardo calmo, attento, lucido. Sono i tre atteggiamenti caratteristici degli stranieri capitati nell’impero.”




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30 marzo 2007

Frico night

  

Sono alla fine andata con i miei colleghi alla cena organizzata dal nostro Capone. E ho fatto bene ! Ho fatto be-ni-ssi-mi-ssi-mo perché è stata una serata… bella, proprio una bella serata, come da anni non mi accadeva di trascorrere. La giornata di ieri è stata particolarmente rutilante. Alle 12.30 ero corsa a casa a portare una ricerca fatta per un compito di Francesco, mi sono vestita e truccata per la sera perché dopo il lavoro non ne avrei avuto il tempo di ripassare per casa. Uscendo per rientrare in ufficio ho incrociato mio figlio piccolo che, con aria desolata, tornava da scuola. Mi ha detto che doveva dirmi una cosa. Gli ho chiesto se stava bene, lui mi ha rassicurato aggiungendo che doveva solo parlarmi. L’ho salutato dicendogli che ci saremmo sentiti appena fossi arrivata al lavoro. La sua espressione afflitta mi aveva agitato lo stomaco ma ho ricacciato indietro questa sensazione riprendendo la mia corsa. Mi ha richiamato lui per dirmi cosa aveva fatto il giorno prima. Ma di questo ne scriverò poi. Alle 16.30, avevo già avuto la mia seconda ipoglicemia, sono uscita dal lavoro per andare dal dentista. Mi ero accordata con il mio collega Francesco che verso le 18/18.15 sarei passata da casa sua e con lui avremmo raggiunto gli altri e il nostro Capone al suo paese in Friuli. Tra l’altro mentre ero dal dentista ho fatto un incontro stranissimo, con un uomo, ovvio. Ma non ne scriverò certo ora. Beh, Francesco voleva cambiarsi ed io rifarmi il trucco quindi mi ha invitato a salire da lui in quello che è un tipico mini appartamento di un trentenne. Parlavamo mentre davanti allo specchio mi truccavo. Non mi vedevo poi così male, pensavo dentro di me. Parlavamo mentre lui si cambiava, mentre sul terrazzo fumavo una sigaretta, parlavamo ancora mentre scendevamo le scale. All’improvviso mi sono sentita vecchia, sì vecchia. E’ stata una sensazione molto triste causata forse da questa insolita, per me, situazione. E’ stato qualcosa che non mi era mai accaduta prima di ieri. Mi ha reso molto triste ma Francesco, del tutto innocente, non se ne è reso conto. Siamo partiti con la sua spider. Francesco guida davvero veloce. Nonostante le indicazioni scritte siamo riusciti a perderci ma anche a ritrovarci ed alla fine ad arrivare. Sempre parlando tra noi. Il Capone ci aspettava nella piazza del paese. Un piccolo borgo antico, addirittura luogo di un miracolo eucaristico, molto caratteristico con tanto di Castello ed un Duomo spettacolare che ospita un organo originale, rarissimo, della scuola organaria veneziana del cinquecento. Io e i miei colleghi abbiamo seguito il mio Capone in questo velocissimo tour serale. Poi con le auto abbiamo raggiunto l’osteria antica dove il mio Capone aveva fatto riservare una piccola stanzetta, ad un solo tavolo per noi, da cui però si vedeva la sala centrale e la cantina (‘na meraviglia). Io non sapevo se ero più incantata o più affamata o più contenta di essere lì con i miei amici. Forse ero tutto e tutto insieme. Il locale mi è davvero piaciuto molto, è un equilibrio tra ristorante di lusso e trattoria tradizionale locale, con un’atmosfera raffinata ma informale, proprio come piace a me. Del resto il mio grande Capo è così: un Signore. Il piatti erano cucinati con gusto. Il frico: buonissimo. L’atmosfera amichevole e conviviale. Abbiamo festeggiato la nostra collega Chiara che domani lascia l’azienda per un futuro, mi auguro, ancora più felice. Ed abbiamo fatto un brindisi anche al mio giovine Capo ufficio, ma per questo riserverò un paragrafo a parte. Eravamo tutti un po’ commossi e nonostante il vino rosso ancora incapaci di lasciarci andare del tutto. Sono uscita a fumare. La notte era stellata. Un quartetto Jazz eseguiva musica dal vivo e da fuori se ne udivano le note. E’ stato quel solitario momento l’unico in cui sono riuscita a rilassarmi del tutto. Con il dessert è giunta l’ora di ripartire. Ci siamo salutati con calore autentico con l’impegno di ritrovarci l’indomani. Sono risalita in macchina con Francesco. Ho ascoltato musica mentre lui parlava, abbiamo cantato Ligabue, Onda su onda e Azzurro, e tra una canzone e l’altra lui mi raccontava di se e della sua vita. E’ stato piacevole anche il rientro, dunque. Ed invece un gran senso di ansia ha accompagnato il mio girare di chiave per aprire la porta di casa mia.




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26 marzo 2007

Frico day

Scrivo in stato di apprensione. Il nostro Capone, la scorsa settimana, ha riproposto, a noi del suo ufficio, l’invito a cena per giovedì 29 prossimo. E’ da giorni che ne parliamo. L’idea è bellissima, certo. Coinvolgente momento di aggregazione. Il mio Capone è un uomo singolare, davvero. Desidera farci assaggiare il miglior frico del Friuli (io non l’ho mai mangiato e quando ho provato a cucinarlo mi è riuscita una frittata orribile). Ci vuole almeno un’ora di strada da qui per raggiungere il ristorante. Il mio amico Francesco si è reso disponibile ad accompagnarmi con la sua nuova auto, una cabrio due posti. Wow !! Il Capone ci ha detto con tono infervorato che proprio quella sera nel locale si esibirà un gruppo jazz (mitico ! penso a John Coltrane – In a sentimental mood - Charlie Parker, Miles Davis… Billy Holiday) e che il locale da lui spesso frequentato è veramente carino e gradevole. Ed io gli credo perché un uomo di gusto e raffinato. Quella sera io avrei cineforum a scuola di Francesco… e mi spiace davvero perderlo anche perché gli appuntamenti al liceo, invece,  non li salto mai. Questa proiezione conclude il corso di educazione sessuale che è stato fatto ai ragazzi di terza media. Al primo cineforum, quello di inizio corso ero andata e, anche se Francesco non mi ha mai detto niente, so che la mia partecipazione gli ha fatto piacere. Eppoi è che, solo che… ecco, è che… io-non-ho-nessuna-voglia-di-andare-a- cena-fuori !! Lo so, sono una sciocca. Ahhh, mi sento un’ingrata. Lo sono. Ma la sera sono davvero tanto stanca ed il mio unico vero, autentico, desiderio è starmene a casa con i miei, tutti insieme, stravaccati sul divano o come ieri sera che, prima dell’arrivo di Carlo, io ed i miei ragazzi ci siamo messi a vedere i video di musica a palla e ognuno diceva la sua e si stava sui divani in posizioni sgangherate. Quando Carlo ha suonato al citofono in un lampo siamo riusciti a: spegnere la musica; accendere la TV sul telegiornale; rimettere a posto i divani; apparecchiare la tavola e mettere la cena sul fuoco, tutto mentre Carlo saliva le scale. E’ stato divertentissimo! Quando Carlo è entrato in casa sembravamo tutti degli angioletti in chiesa. Si fa famiglia in una casa. La mia casa è una tana. Uff… di giovedì, poi, mi perdo una delle nuove puntate di C.S.I. !! Non è valida come scusa. No, eh?! Il Capone mi ha sgamata e ha detto subito che se non vado s’incazza di brutto. E questo mi dispiacerebbe tanto davvero. Ma proprio non mi scorre ‘sta serata. Non ci sto con l’umore, sono troppo attapirata. Uffa… io sono una donna da divano, con la coperta ed i gatti, un buon libro e la sigaretta. Vivaddio !! Non ce la faccio… E’ ovvio che devo andare !! Anche i colleghi ci rimarrebbero malissimo, come possono capire? Ma loro hanno la metà dei miei anni ed il doppio della mia energia. No, non è soltanto questo… è che – ora – io ho bisogno di cose diverse. Io poi lo so come sono… divento sarcastica e parlo con voce strascicata e davvero non voglio fare la guastafeste. Non al mio Capone ed ai miei cari colleghi. Non ce la faccio più a sopportare discorsi frivoli, questa tipo di leggerezza non mi insegna nulla e detesto i convenevoli, ecco. Mi ripeto e mi ripeto che uscire mi farà bene, stare con amici mi aiuterà a distrarmi dalla mia monotonia, dalla routine. Dài Ale, per favore… Forse si consolideranno degli affetti di amicizia. E’ a questo che servono questi incontri, no? E allora vale la pena di fare un piccolo sforzo !! Non ce la faccio… non ce la faccio… Ho terminato di leggere “Call it sleep” ed ora ho per le mani almeno cinque libri nuovi che… profumano. Ho comprato una bella edizione, proprio bella ed economica di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, quella che già avevo è da museo. Desidero rileggerlo. Un’altra volta??? Si, perché ? Ed ho preso, appena uscito in economica Oscar “L’ombra del vento” di Zafon. Questi amici non sono buoni motivi per tapparmi in casa dopo una giornata di lavoro e fuori piove? No ! mica te li rubano da sopra il comodino…Beh, allora dimmi un buon motivo per cui dovrei rinunciare per andare ad una cena tra colleghi? Perché è quello che si aspettano da te.
E come scrive il mio amico Gabriele: "un uomo non può dire di aver provato forti emozioni o addirittura "vissuto" la propria vita finchè non prova il frico".




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21 marzo 2007

Bentornata Signora Nessuno !!

"Oggi ho preso 120 decisioni... Tutte sbagliate"


Ho scritto questa pagina di diario in giorni e momenti diversi, con stati d’animo diversi, spesso contraddittori, quanto riescono ad esserlo gli stati d’animo, appunto. Sono molto presa dal lavoro e dalla gestione familiare; dalla indi-“gestione” di mio figlio Mattia e dalla trascorsa influenza di mio figlio Francesco. Mentre la sua di influenza, su di me benefica, ancora continua. Ho scritto poco e male. Ho scritto dove e quando capitava perché è una mia necessità. Non sono stata bene ultimamente e questo ha ridotto anche il tempo dedicato alla lettura ma certo non il piacere di leggere. Non è un buon momento ma non è nemmeno brutto. E’ un non-momento. Zeppo, zeppo di quotidiano. Un leggero eccesso di realtà ordinaria, dove le pause sono limitate e brevi, quando ci sono, ma molto piacevoli: la poesia del giorno che mi invia il mio collega Andrea, la sigaretta fumata con la mia Stefania, la telefonata di sabato del mio amico Francesco per sapere come sto o il pensiero che ha avuto la mia amica Elisabetta di prestarmi dei libri… i discorsi scambiati con Patrizia… i momenti di scherzo che i miei colleghi condividono con me… tante, tante espressioni, momenti, parole e gesti che per me sono così importanti. L’altro giorno ho ricevuto una mail (pensa te !) di un dottore, avvocato credo… non so, comunque un personaggio da noi molto noto, uno stimato professionista esterno che diceva: “La ringrazio, troppo gentile. Per quanto riguarda il rispetto, l’educazione e la gentilezza ho solo che da imparare da lei. Colgo l’occasione per ricambiare gli auguri di buona giornata. A presto.”.

In giorni come questi, al lavoro, è utile, necessario, indispensabile per poter mantenere un equilibrio mentale ed interiore, seguire le seguenti indicazioni di comportamento: tacere, esserci senza farsi notare, agire ma senza emettere alcun rumore o lamento o commento, osservare ed ascoltare senza essere visti, rispondere solo se interpellati ed alle domande in maniera sintetica, riuscire appunto a dire solo “già fatto”. Nelle due piccole scatoline che riportano l’etichetta degli uffici in cui lavoro (a loro volta chiuse all’interno di altre scatole di misura crescente) è necessario, indispensabile: autogestirsi, come dice la nostra “coordinatrice” d’ufficio. L’iniziativa personale non sarà mai premiata ma è richiesta al fine di non provocare superflue indigestioni al Responsabile, il quale, di conseguenza reagirebbe rigurgitando dubbi, polemiche, vittimistiche frasi-tipo. Bisogna, soprattutto, non sorridere. Sì c’è il sole, la giornata è splendida. E’ venerdì. Ma conviene, con-vie-ne, non sorridere. Tanto meno ridere se non si vuol rischiare di essere inceneriti da uno sguardo dirigenziale. Non bisogna manifestare alcun sentimento, di nessun tipo. Nessuna inclinazione di voce. Le espressioni del viso non contano, tanto nessuno di loro ti guarda in faccia. Bisogna invece racchiudere tutto il bello, tutto il buono del mondo dentro di se. Continuare a pensare, non rimuginare; utile fare una lista mentale delle cose piacevoli della propria vita. Può sembrare di no ma, a cercare bene,  ce ne sono di sicuro. Una lista delle persone care con allegato, per ognuna, un ricordo. In casi estremi, quando si è sull’orlo di una crisi di nervi, un leggero tranquillante aiuta. E’ un intricato e poco divertente gioco di scatole cinesi dove parole come lavoro, collaborazione, solidarietà, scorrettezze e menzogne, soprusi e collusioni, si intrecciano e si separano e si ricongiungono di nuovo fino a svuotarsi del loro significato, gettando una luce nera sul nostro piccolo mondo. Lo so, in questi momenti di grande tensione causata da schegge impazzite, scoordinate, incapaci e incoerenti, è molto difficile mantenere i nervi saldi, riuscire a non farsi contagiare da tanta conflittualità. Ed io sono solo una segretaria, dopo di me non c’è nessuno altro. Sono l’ultima ruota di un carro oliato a dovere dove serve. Nel mio piccolo però sono sempre cortese con quelli come me e con chi se lo merita (i miei vecchietti !!) ma proprio non mi riesce più di sorridere o dimostrare entusiasmo come una volta. Un noto personaggio della cultura, in televisione, ha dichiarato che non bisogna più essere gentili, o meglio,  bisognerebbe esserlo solo con quelli della propria classe sociale in modo che – gli altri – si rendano conto del diffuso scontento. Ma sono scettica sul fatto che alla classe dirigente questo possa interessare, anzi, una persona demotivata è molto più controllabile di una gioiosa. Nel mio caso la conseguenza è che nella scala gerarchica piramidale tutto il peggio, da un certo punto in poi, arriva a cascata incrementandosi, ad ogni passaggio, sempre di più. Ed il malcontento dilaga. E’ come una catena ad anelli intaccata da un acido corrosivo. Si diffonde la sfiducia, l’incredulità, la disistima, la svogliatezza. Una volta non era così. Il mio lavoro mi è sempre piaciuto tanto e l‘ho sempre svolto con dedizione. No, non è questo il problema. Basterebbe che mi si parlasse e che le stesse cose mi fossero chieste con un tono più garbato e riuscirebbero ad ottenere molto di più di un lavoro comunque fatto bene: la stima, ad esempio. Non è difficile ed è anche più “vantaggioso” se vogliamo. Perché hanno la presunzione di potere fare a meno della mia stima ? Io ho una mia spiegazione per questo andamento di tendenza: la loro paura. La paura individuale. Ed alla paura ci sono pochi modi per reagire: arroganza, prepotenza, menzogna, accentramento, mancanza di comunicazione, incoerenza nel fornire informazioni necessarie, segnali contraddittori. Queste sono le barricate dietro cui si trincerano questi presuntuosi oligofrenici. Solo Stefano con la sua frenastenia cronica riesce a muoversi bene in tutto questo. La sua capacità di vivere una seconda realtà parallela lo rende inviolabile, invincibile e soprattutto intoccabile. In questi ultimi due mesi si sono susseguite almeno due vicende davvero molto spiacevoli. La prima ha coinvolto una nostra stagista. Che brutta faccenda… che esempio di inciviltà, spero tanto che i miei colleghi ed io, involontariamente implicati in questa deprecabile esperienza, non siamo stati giudicati ingiustamente. L’altra vicenda invece è ben più grave. E ci ha scosso tutti molto. Una mia collega è stata “costretta” a rassegnare le dimissioni. Una giovane ragazza che lavorava qui da almeno dieci anni, studiava per laurearsi in giurisprudenza. Nessuno di noi sa esattamente cosa sia accaduto – veramente – tanto da giustificare un allontanamento così repentino. Ci sono stati nascosti fatti di servizio senza far attuare alcun pensiero logico ed utile a nessuno. C’è un fatto che è un pretesto. Molte sono le voci che corrono su di lei, sull’ufficio, sul suo Responsabile. Perché lui  sapeva dello scorretto comportamento della ragazza. E taceva. C’erano stati dei precedenti. Pare che lei sia stata anche ammonita ma in definitiva il suo atteggiamento veniva tollerato dal Responsabile e dai colleghi. Il parere di tutti è che lei abbia peccato di presunzione ignorando gli avvertimenti, forse dati in maniera poco incisiva. Lei sapeva di godere di “privilegi”, di correre su una corsia preferenziale e, forse, non si è resa ben conto di essere arrivata ad abusarne. Esagerava, certo, lo sapevamo tutti. Il parere di molti è che il suo Responsabile sapeva e tollerava e taceva, a discapito delle altre colleghe oltretutto, ed allora perché solo lei è stata costretta ad andarsene una volta che la vicenda è venuta allo scoperto ? In questo modo si usano le regole di etica e comportamento per determinati interessi e nello stesso tempo si acconsente di proteggere i privilegiati della società. Come in molti rapporti c’è sempre uno che fa ed un altro che lascia fare. Ma sono entrambi responsabili. Tutti qui conoscono i limiti di questo Responsabile ma, come lui stesso ha più volte affermato: a me nessuno verrà mai a dire niente. Non è certo una questione di etica ma di denaro. E’ un po’ come nella politica degli ultimi decenni che nulla ha a che fare con l’etica. In ogni azienda costa meno sostituire una segretaria piuttosto di un dirigente. Lui lo sa bene. E Voilà !!

“Mai nulla che cambiasse in lui. I mondi potevano gonfiarsi e gelare, e lui restava lo stesso – sempre quella bocca sottile, imperscrutabile, sempre l’orgoglio spietato delle sue narici tese, gli occhi con le loro palpebre pesanti. Sotto l’incrollabile parete a picco del suo distacco, si poteva a volte trovare riparo, mai però un punto d’appoggio.” Henry Roth


Io mi rendo conto, mi rendo perfettamente conto che chiunque non abbia conosciuto, o vissuto con una persona diabetica non possa comprendere cosa significa essere diabetici. Perché il diabete non è una malattia che uno ha. Il diabete è una malattia che uno è. Io sono diabetica. Solitamente non parlo della mia malattia ma questa volta è diverso. E’ il pretesto per ricordare le cose che sono accadute in questi ultimi giorni. Mercoledì 21 febbraio tornando al lavoro dopo un colloquio con i Professori di Mattia mi sono sentita male. Ho avuto un’ipoglicemia particolarmente acuta. Da giorni sentivo di non essere ben compensata a causa di un forte raffreddore che mi portavo dietro. Sarà stata anche l’agitazione del colloquio, l’ansia di dover tornare in fretta in ufficio. L’ho sentita arrivare, la crisi, già mentre il prof. mi parlava. Il formicolio ed il tremore alle mani e alle gambe, l’iniziale palpitazione, le parole che mi arrivano ad intermittenza. Disfunzioni neurologiche. Le immagini si modificano intorno a me facendomi perdere la cognizione del luogo, mentre quella del tempo già non esiste più. Riesco a essere accesa e spenta, accesa e spenta per un tempo imprecisabile e se muovo la testa tutto si muove in fotogrammi. Iniziano visioni spaventose fra pirotecniche luci. Mi manca zucchero al cervello, ai nervi. Sono in corto circuito. Soffro, in quei pochi momenti, di una menomazione del pensiero, una temporanea limitazione cognitiva, una alterazione dell’umore che mi lascia spaventata e piena di ansia, uno stato di confusione crescente che mi terrorizza perché mi può condurre ad un distacco dalla realtà, nei casi peggiori e rarissimi alle convulsioni, al coma. Se non mangio subito qualcosa di dolce l’ipoglicemia si intensifica, non mi molla. Gli effetti dell'ipoglicemia sono estremamente variabili e la sua gravità dipende da molti fattori. Se sono a casa mia o al lavoro intervengo subito su me stessa e la crisi in pochi minuti mi passa lasciandomi solo un po’ spossata e con un gran mal di testa. Ma… ma quel giorno ero sola e senza soldi, lontana da casa. Sono uscita da scuola trafelata e nella mia totale incoscienza ho guidato sino a casa. Dopo essermi ripresa con grande inquietudine ho telefonato in ufficio per avvisare subito. Ero tanto preoccupata per la reazione del mio giovine Capo Ufficio. E non sbagliavo. Mi sentivo così indebolita, triste, tanto triste. Penso sempre che il brutto di essere adulti è che quando stai male non c’è nessuno che ti coccola, ti accudisce un minimo. Le cose da fare devono essere fatte, comunque. Le mie ipoglicemie durano pochi minuti eppure per me sono attimi tremendi in cui provo tanto male, tanta paura, anche perché so di poter arrivare a perdere il controllo di me stessa. Penso che se fossi Responsabile mi informerei sulla patologia medica di cui soffre un mio collaboratore. Soprattutto se stretto. Penso che se stesse male, non potendoci fare niente, non lo farei sentire in colpa. No, non lo ignorerei. Penso che dimostrerei un minimo di solidarietà. Penso anche che molti di noi vivano la loro vita come uno spot pubblicitario del Mulino Bianco, Barilla, Scavolini ecc. ecc. Se non rientri in questo trend sei out. Beh, dal loro punto di vista io sono proprio – fuori – ma come un balcone. Posso chiudere questo argomento generalizzando ed usando tutti i luoghi comuni che conosco: ci sono posti di lavoro dove si sta peggio; sono già fortunata ad averlo un lavoro; in fondo faccio un lavoro che mi piace; non tutti la pensano come me; il mondo è ingiusto e cattivo (Stefano lo sapeva bene); non si può piacere a tutti; le cose che contano per me possono non contare per altri e viceversa; le persone potenti non è detto che siano intelligenti e sensibili; ho molti amici questo conta nella vita; potrebbe andare peggio, potrebbe piovere; è una tattica che non paga; o mi sbaglio di grosso o ne arriveranno altri…; contro la stupidità anche gli dei lottano invano; è un mondo difficile… LA VERITA’ E’ CHE IO…
“Non sono in grado di accettare consapevolmente la brutalità del mondo; non ci riesco e basta !!”

Non bisogna confondere i gesti con i significati. Me lo ripeto sempre. Eppure la tentazione spesso è forte. E’ una scentratura della mente. Inizialmente è involontaria, nasce spontanea, poi prosegue in maniera sempre più cosciente. Ed ecco le interpretazioni, le deduzioni, per altro nella maggior parte dei casi, assolutamente errate. Ma perché ho così bisogno di spiegazioni? Perché ho la necessità intima di definire sempre tutto? Tutto, per me, è finalizzato al senso, alla sua verità profonda. Buona o cattiva che sia. Ad esempio il mese scorso “Lui” andandosene (leggi: lasciandomi qui da sola) rivolgendosi a me come a chiunque mi ha detto che il giorno seguente mi avrebbe fatto avere… beh, io non ho afferrato ne il titolo ne l’autore del libro che ha citato. Le sue parole mi sono passate attraverso; un suono come un cono di luce fuori per fuori. Trattengo l’immagine di “Lui” che è esitante. Mi è difficile descriverlo non conoscendolo affatto. E’ un “Lui” che è una rappresentazione, una mia proiezione, null’altro. Così, il mattino dopo ho ricevuto il suo “Chiamalo sonno” di Henry Roth (il terzo Roth nella mia vita). E “Lui” non potrà mai vedere, non potrà mai sapere quanto le mie mani si fanno gentili intorno a qualcosa che gli appartiene. Ha scelto “Lui” per me questa volta. Ci deve essere stato un suo percorso mentale dietro alla scelta di questo libro. Perché proprio questo ? Anche leggendo il romanzo non sono giunta ad alcuna spiegazione. Ce n’è forse una ? e chi lo sa…? Forse sì, forse no. Ebbene, non ho forse io stessa compiuto un gesto di costrizione, se così si può dire, e per prima nei suoi confronti scegliendo quali dei miei film “Lui” avrebbe potuto vedere ? Solo uno dei tre o quattro, non ricordo quanti sono, ha in se il senso, il significato, della mia scelta, il messaggio che volevo comunicargli. Ma è impossibile per “Lui” arrivare a comprenderlo. Impossibile. Eppure c’è. Quant’è bizzarra questa cosa, no ? Ho iniziato a leggere il suo libro, accantonando a malincuore Everyman di Philip Roth (terminato i momenti diversi) e mi sono accorta che i miei gesti e le sensazioni che provo dal momento in cui entro in temporaneo possesso di un suo libro sono sempre gli stessi. Compio nel tempo una sorta di rituale. La mia consegna all’abitudine è per percepire una confidenza, un’intimità, una continuità. Scaramantico tentativo. Persa la percezione fisica di me stessa voglio sentire e chiamare queste sensazioni: carezze. Carezze interiori. E’ in fondo questo uno degli obbiettivi della gentilezza, no? Lo devo ammettere… (il cursore lampeggia impaziente) forse se riesco a scriverlo sarà meno doloroso… no, non ci riesco, non riesco ad ammettere questa-cosa-di-me, perché una volta dette… le parole, non si torna più indietro. Ed io invece vorrei poter tornare indietro, indietro, al momento in cui, inconsapevole, davo origine al mio male. Ma…

“Le tre del mattino, forse le quattro. Il giorno non tarderà a spuntare. La notte dura ancora, ma v’è già in essa un sospetto di mattino. Sul fiume comincerà a nascere quel biancore indeciso che precede il sole. L’aria si è fatta più fredda. Da qui si vedono le stelle. Come brillano, nitide, dure e, per noi, eterne. Dorme ancora la città. Il fiume passa, scuro e profondo, vivo e profanato, con rapidi scintillii in superficie, come reste luminose di un cristallo nero. Sulla muraglia di pietra che difende la città, le nostre mani sorreggono ardentemente il mondo.” (José Saramago)




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16 febbraio 2007

Blocco 11

In attesa di scrivere nel mio diario ciò che sarà ricordo della festa che abbiamo organizzato, noi del Blocco 11, questa sera, ho la gioia e l’onore di ospitare tra le mie pagine un racconto di un mio collega, sicuramente amico, Andrea M. E’ la sua interpretazione del - prima - della festa aziendale dello scorso dicembre. Ci tengo a trattenere le sue parole non solo perché fanno parte di lui, ma anche perché è un ricordo di tanti di noi.
C
iao Andrea e grazie per ingentilire ogni mio giorno con una poesia

 

“Questo è quello che avevo scritto...poi mi sono bloccato, tra memoria sbiadita, adempimenti, polverino burocratico. Ad ogni modo rimane un ricordo e poi tra poco ci sarà una NUOVA FESTAAA!

 

Il Signor M. aveva già deciso quale abito indossare alla festa. Festa magra per occhi vispi, recitava la locandina del cinematografo. Il Signor M. non sapeva chi avrebbe incontrato alla festa, non aveva altro che la certezza di incrociare lo sguardo del capostipite dei Paroni. E poi presso la villa in cui si sarebbe svolto l'atteso evento avrebbero suonato il "Maracaibo-mare forza nove" e soltanto per questo valeva la pena partecipare. Abbasso le palpebre e rivedo per un breve istante un complesso musicale: anche certi romanzi possono suonare, è così che invento giornate confondibili musicando i giardini dell'impossibile. Il Signor M. detesta condurre la sua autovettura e non si paragona a un cavaliere di ventura. Pertanto, egli accoglie di buon grado la proposta del meneghino F. Audit e decide di trascorrere la notte a Treviso, approfittando dell'ospitalità dell'amico. Inoltre, F. Audit propone al giovine collega di raggiungere la villa con la sua automobile, una fiammante honda civic dotata di un particolare meccanismo a molla inserito nella manopola del cambio.
Il Signor M. aveva acquistato dei sigaretti per l'occasione perchè ama fumare quando il tempo è sospeso ovvero quando il sentimento è imperforabile. Il Signor M. e F. Audit si incontrarono con il Principe D. alle 19.00 in punto ché c'era il gelo sul parabrezza. Nell'aria si respirava la giusta tensione, la guida del Giappone giaceva sulla mensola, gli asciugamani riposavano nell'ordine originario sul guanciale perfetto, lo scaldabagno sbuffava le solite note necessarie e il profeta condivideva lo spazio con i radicchi di Treviso. Il Principe era un uomo col volto tondo e lo sguardo dabbene, nel tempo libero divorava focacce e dispensava consigli e quella sera s'apprestava ad organizzare il matrimonio di uno stretto congiunto (pare si trattasse di un clone molto vicino). F. Audit ostentava una quiete non piatta, mossa nel profondo da correnti silenti che innervavano le parole calme e mai banali. Il Signor M. aveva in mente il colpo, ma non ritenne di parlarne, quella sera, ai sodali; si limitava a scegliere la cravatta: sottile, intonata alle righe non bianche del gessato.
Un'occhiata rapace alla meridiana soffocata nel buio e la sensazione di dover partire. Tutti salirono in auto con lo stesso piglio, si strinsero nell'abitacolo, intonarono un coro. Di colpo qualcuno si ricordò del Barone, con un'abile manovra F. Audit virò a manca e proseguì sino al punto d'impatto convenuto. Il Barone sedeva cauto sul muretto; giungeva da Parigi e della capitale transalpina portava con sè l'aria distrattamente elegante. Ora l'equipaggio era completo; la stiva dell'auto traboccante imprigionava l'acqua di colonia. F. Audit, dopo aver sbirciato l'orologio molle nascosto sotto il polsino, decideva di accelerare, canticchiando tra i denti le filastrocche di noti cantautori. Prima  dello starnuto il coro si fece sotto e riempì la casamatta semovente; la condensa strisciava i vetri degli oblò, i nodi stretti al collo, le caramelle ruotavano in bocca, i pensieri randellavano la memoria …e la canzone andava elegante l'orchestra era partita, decollava, decollava. Boogie Woogie… Il volante scorreva tra le mani del pilota come una musa massaggiata da un artista di strada. L'asfalto ruvido si srotolava come un tappeto da ricevimento. Boogie Woogie Quella musica continuava era una canzone che diceva e non diceva l'orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato quei quattro sapevano a memoria dove volevano arrivare. Boogie Woogie Boogie Woogi. Arrivati al parcheggio, i quattro schivarono di poco il fascio luminoso emesso dalla torcia di un parcheggiatore bulgaro. [dalla registrazione del magnetofono di bordo: F. Audit: "io quello lo tiro sotto!". Principe D.: "uè stai calmo, parliamo piuttosto dei propositi per la serata. Quale obiettivo avete? Io voglio divorare le tavolate imbandite, voglio rivedere scorci perduti nelle lasagne, precipitare in brodo salvifico e imbrattarmi il rigoglioso pizzo con la mostarda di cotogna!". Signor M.: "vorrei conoscere una ragazza dotata di sguardo lontano, preferibilmente di cultura slava, in senso lato". "Ma vaa....io ho alleggerito la rubrica del telefono cellulare perché stasera la riempirò con nuovi numeri di giovani donzelle" - sbotta il Barone, infastidito da tanto filosofare.]. La villa si presentava geometricamente accogliente e tutta l'organizzazione era stata curata nel dettaglio anche se non c'era traccia della famosa guardarobiera nera. Nell'atrio iniziavano a brillare i lustrini appiccicati agli abiti e i gingilli sui lobi; sicuramente ogni invitato aveva dedicato molte attenzioni alla ricerca della pelle da sfoggiare al party e le acconciature manifestavano pensieri barocchi, appena smussati dall'ordinario (come si sa: la routine soffoca le idee). Riposti i cappotti nel sottotetto, i quattro si diressero verso l'entrata principale. Varcarono la soglia circospetti avendo cura di sistemare con ambo le mani i nodi delle cravatte. I locali d’ingresso somigliano a un porto di mare dove si incrociano gli sguardi torvi e, nel contempo, umani dei marinai; sotto un certo profilo sono quasi una domenica a messa. I locali d’ingresso non rimangono mai eguali durante la serata, evolvono con la festa, ne assumono i riflessi e quando te ne vai non sono gli stessi che hai attraversato poche ore prima. Quella sera i vassoi luccicavano, rispecchiando i menti dei camerieri. F. Audit, il Barone, Principe D. e il Signor M. scodinzolavano tra la folla, riscoprendo il piacere di scrutare le disposizioni delle persone, di assaporarne le movenze, le espressioni, le sagome e a tratti assumevano pose cordiali, armoniche ma mai corali. Ben presto, nel lungo corridoio che conduceva al ventre ignoto del banchetto, si fecero notare le formichine della produzione: una lunga, interminabile, policroma fila di volti intermittenti. Dietro una maschera, apparenze da svelare o anche solo da gustare. L’organizzazione non ammetteva  improvvisazioni, infatti ogni invitato aveva ricevuto un salvacondotto che lo autorizzava a circolare liberamente nel perimetro dell’edificio e i soggetti apicali dell’Organo Supremo, dopo intense settimane di febbrile lavoro, avevano partorito perentorie istruzioni depositate in mappe segrete. In particolare, la dimora signorile di campagna era stata suddivisa in aree e distretti, le tavolate preventivamente assegnate, vennero distribuite coccarde che richiamavano il colore delle tovaglie, i camerini delle danzatrici opportunamente celati, il vino misurato, i telefonini schermati. E’ ancora ignota la dinamica dell’antefatto, ma corre voce che fu proprio F. Audit ad impadronirsi delle preziose mappe. In realtà la chiave d’accesso era cifrata, ma lo schema labirintico stropicciava l’ingegno e diventava gustoso rompicapo. Non fu difficile decriptare il codice e sovvertire l’ordine costituito. A ciò si aggiunga – la decisiva circostanza non può essere taciuta – che lo scopo venne raggiunto assecondando la sana combinazione del flusso di coscienza appositamente convogliato nell’alveo tracciato dai trogoli bacchici. La musica gospel, nella mente del Signor M., intorpidiva la sala, forse perché nemmeno quest’anno a Natale era stato scritturato, neanche da bue: gli mancava il fiato. Ogni canzone… Ogni canzone è uno stagno dell’amore/ogni stella, uno stagno del tempo/Un nodo del tempo/ e ogni sospiro,  uno stagno del grido. La scelta del tavolo fu casuale. I quattro indugiarono a lungo cercando di immaginarsi ospiti di compagnie estemporanee e finirono per rimanere esclusi dai primi abbinamenti.”

Alla festa di questa sera amici miei !!




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6 febbraio 2007

Il tempismo di Philip Roth

e la sollecitudine di Paul Auster.

 

Beh, se il buon giorno si vede dal mattino io oggi sono spacciata. Questa mattina presto sono andata a ritirare delle carte su da “Lui”. Mi sono intrattenuta in convenevoli con una delle segretarie, terza nella top ten. Stavo ancora sorridendo e nel girarmi ho visto Stefano. Gli ho sorriso sul muso, involontariamente, mentre il suo di sorriso (quello di circostanza già confezionato per la super segretaria) nel riconoscermi gli è morto sulle labbra. Stefano ha spalancato gli occhi conservando lo stesso sguardo di sempre, quello che credevo solo mio e che ho baciato mille e mille volte senza provare mai stanchezza. Stefano continua ad indossare quell’orrendo capello alla brokeback mountain compresi i segreti. Del resto oggi piove. Stefano indossa il cappello solo quando piove o sta per. Va anceh detto, però, che fa sempre la sua gran bella figura nel suo completino grigio-riunione. In un nano secondo Stefano svanisce ed io in preda ad un attacco convulso di nostalgia, rimpianto, malinconia, incredulità, rabbia, dolore e tutto ciò che sta nella parola – amore, tento la fuga. Nel piroettarmi fuori dalla stanza mi sono trovata di fronte “Lui” che ascendeva dalle scale. Si innalzava dal basso verso l’alto verso/su di me ad una minima e pericolosa (per lui) distanza di sicurezza. Ho pensato: “oddio so di fumo, oddio devo smetterla di non truccarmi alla mattina, ma perché non ho messo il profumo? Sono vestita come una vedova…sono troppo vecchia, sono troppo grassa, sono troppo qualsiasi cosa di orribile!!”. No, non ho pensato nemmeno per un momento: “cosa posso dirgli di intelligente ?” perché di fronte a “Lui” le sciocchezze mi escono di bocca in maniera incontrollabile. Ancora prima che il mio cervello elabori ciò che sto per dire le parole le ho già dette. E, se ci ripenso, esse non corrispondono ad un q.i. neanche lontanamente accettabile. “Lui” ha lievemente barcollato e si è fermato sullo stipite distogliendo lo sguardo da me. Uno sguardo che interpreto: vagamente disgustato. Pure. Ahh… nel tempo in cui tutte queste cose accadevano la super segretaria continuava a ciarlare garrula. "Ciò che è importante è invisibile agli occhi" ho sussurrato. E questo vale anche per gli altri. Ho avuto la brillante  intuizione di fare a “Lui” una affermazione totalmente incomprensibile: “per domani, tutto apposto”. "Lui" ha fatto un gesto con la testa ed è letteralmente schizzato via. Ho iniziato a scendere le scale sperando di non scivolare, non in quel momento, non nel momento in cui Lui, tra virgolette, e Stefano erano là. Sarebbe stata l’inequivocabile rivelazione della mia imbecillità. Ora, sono stanca di almanaccare brutte figure con “Lui”. In questa settimana ne ho già fatte un paio di inenarrabili. Scendendo le scale scendevo anche dentro me. Mi sono detta che “Lui” non è affetto da timidezza; non è il pudore a invalidare le sue irrispettose mancanze verso di me. La sua manifesta indifferenza nei miei confronti è autentica !! No. No, non è colpa sua, povero inconsapevole. Ma non avevo mai preso in seria considerazione questa eventualità… peccherò pure di presunzione ma credo anche di stargli sulle palle, un poco. Facciamo – tanto, và, senza timore di esagerare. Il pensiero che fa seguito a tutto questo è: posso smetterla di preoccuparmi per qualsiasi cosa possa riguardare “Lui”. Poco dopo al telefono sentendo la sua esitazione ho fatto una battuta di spirito, così per sdrammatizzare, ma temo non abbia affatto gradito. Ieri gli ho reso il suo libro di Nick Hornby “Una vita da lettore”. Finalmente l’ho finito. L’altra settimana ho scovato una inesattezza nel testo di Hornby ed ho scritto a “Lui” per sapere cosa ne pensava. Mi sembrava importante sapere cosa ne pensava. Accidenti ! L’inesattezza, o meglio la scorrettezza trattandosi di Roth, è a pag. 122. Il capitolo riporta la recensioni di ottobre 2004 e Hornby sta scrivendo di "Santi e bugiardi" della Maile Meloy. Questo romanzo riporta una citazione nel retro di copertina di Philip Roth. Hornby scrive ed io riporto testualmente: Santi e bugiardi è un romanzo d'esordio fresco e amabile, ma non è il Diario di un inconcludente di Nathan Zuckerman (sigarette:23, attacchi di Weltschmerz: 141 eccetera). Ora: 1) "Diario di un inconcludente" è un romanzo divertente e commovente di Benjamin Anastas; 2) Nathan Zuckerman è universalmente conosciuto come il protagonista di 3+1 romanzi di Roth; 3) Roth non ha mai fatto scrivere a Zuckerman un diario. Allora sono andata a vedere su Internazionale, dove vengono pubblicate le  recensioni di Hornby tradotte dal giornale Believer ed ho trovato lo stesso articolo ma modificato nello stesso pezzo come segue, copio testualmente: Santi e bugiardi è un romanzo d'esordio fresco e dolce, ma non è Il diario di Nathan Zuckerman (sigarette: 23; attacchi di malinconia: 141; eccetera). “Lui” non mi ha risposto ma quando ci siamo incrociati, quel giorno o il giorno seguente non ricordo, nel salutarmi mi ha detto: “non so risponderti” accompagnando le sue parole aprendo le braccia. Poi ha aggiunto: “sorridi eh !”. Era in compagnia di una donna.

 

Ho finito il libro di Hornby tirando dritta perché non ce la facevo proprio più. Avevo bisogno d’altro. La scorsa settimana, la settimana del mio compleanno, è uscito in libreria Everyman di Philip Roth. Da quando ho saputo questa notizia avevo deciso che mi sarei regalata questo libro la cui uscita mi è parsa una magica coincidenza, anzi, per citare P. Auster una vera musica del caso. Ma prima di tutto ricapitoliamo. Perché se no poi io mi dimentico, faccio confusione, perdo i riferimenti e così via. Martedì 30 gennaio sono andata al liceo a parlare con la prof. d’italiano di Mattia. Venerdì 2 mattina, giorno del mio compleanno, sono ritornata al liceo per parlare con la prof. di fisica, il prof. di ed. fisica e il prof. di religione. Sabato 3 invece, ho parlato con la prof. d’inglese e la prof. di storia e latino. Tutti sono concordi nel dire che Mattia ha migliorato il suo atteggiamento ma che è necessario che si concentri di più e che studi. E’ bravo ma non si applica, insomma. Devo assolutamente ricordarmi che giovedì 8, sempre ammesso che io sopravviva all’evento della società del 7, dicevo… giovedì 8 febbraio devo pagare la retta scolastica, devo andare all’INPS per gli assegni familiari e alle 18.00 c’è la riunione del Comitato Genitori del liceo; a seguire, alle 20.00, devo essere alla scuola media dove i genitori degli alunni di terza sono stati convocati per assistere ad un film (non hanno detto il titolo e ciò mi preoccupa molto) segue dibattito, riguardo al corso di educazione sessuale che stanno tenendo agli alunni. Ora, io ho una grande stima nella capacità di ricezione, mentale ed emotiva, di mio figlio Francesco ma, considerata l’importanza dell’argomento, è necessario che io vada ad assistere a questi incontri. Nel senso che è degli – altri, che non mi fido. Venerdì 2 era appunto il giorno del mio compleanno. Da sempre nelle feste comandate, durante il carnevale e soprattutto il giorno del mio compleanno, vengo assalita da una malinconia tremenda, inspiegabile, sciocca. Questa cosa mi spiace sempre tanto perché gli altri si prodigano per me, mi fanno festa intorno ed io li guardo un po’ attonita ed incapace di esprimere la gratitudine e l'affetto ricambiato che invece sento. Alle 8.00 ho ricevuto un sms di auguri da un mio collega. Mia nipote Federica e mia sorella mi avevano già chiamato da Roma. Me la vedo mia sorella; si sarà messa mille sveglie e post it promemoria per il terrore di dimenticarsi. E non è mai successo. Invece, mentre ero a scuola mi hanno telefonato, sempre da Roma, la Nadia e la Catia. Che bello sentire le loro voci ! In ufficio mi aspettava un bigliettone d’auguri veramente originale e molto simpatico, ideato e realizzato dai miei colleghi (I.A.). Ho tanto riso, istintivamente (cosa che non mi riesce affatto facile). La mia collega Patrizia, conoscendo la mia avversione per i fiori recisi, mi ha regalato 3 tulipani in legno colorati. Davvero molto belli (grazie Patty !). E la Marta ogni volta che passava davanti alla mia scrivania gridava: “buon compleanno!” zampettando come una cheer leader e così anche quelli che non lo sapevano accorrevano a farmi gli auguri. Persino la Francesca, mia ex-ex-cognata, la zia Papera, mi ha telefonato. E questo sì che ha dell’incredibile. Sabato mattina dopo essere andata a scuola di Mattia mi sono fiondata in libreria e Philip Roth è stato mio. Come già  Lezioni di anatomia” il nuovo romanzo è breve, 123 pagine in tutto. Roth scrive ancora sul decadimento fisico, la malattia, la morte. E lo fa in maniera lucida, senza pietismi o vittimismi. All’inizio, ad esempio, durante il funerale del protagonista la figlia dice ai presenti: “(…) - E’ impossibile rifare la realtà, - gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tenere duro e prendere le cose come vengono.”. Questa è la voce di un grande scrittore. Forse non è all’altezza dei precedenti e vibranti romanzi di Roth. Ma è la sua voce. Sono tornata a casa emozionata. Giusto in tempo per rendermi conto che mio figlio Mattia, tornato da scuola, aveva la febbre a quasi 40°. Influenza. Bene mi sono chiusa in casa e ne sono uscita ieri. Mi sono persa il pranzo domenicale in mio onore dalla nonna !! accidenti… ma mi ha fatto un regalo che ho gradito molto. Il cacciatore di aquiloni. Bello, no? Wow... questa mattina ho letto che a metà febbraio esce l'ultimo romanzo di Paul Auster ! si intitola "Viaggi nello scriptorium" e questo si che renderà indimenticabile il mio compleanno. Mi sono ricordata che sia ieri sera che questa mattina ho ricevuto due gesti gentili il cui ricordo va appiccicato nel mio album delle gentilezze: ieri sera fuori dal supermercato ho incontrato Francesco e Daniele. Abbiamo parlato un poco e poi Daniele mi ha preso di mano le borse pesanti della spesa e mi ha accompagnato sino alla mia twingo. Beh, è soprannominato il Principe per giusto motivo; invece questa mattina il mio giovane collega/amico Andrea si è ricordato di portarmi il libro “Un amore” di Dino Buzzati. Del resto è un avvocato che ha una sensibilità spiccata, dote assai rara per una avvocato direi !! Continuano i preparativi per la festa del 16 p.v. ...ma questa è un’altra storia.




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29 gennaio 2007

Da leggere !! Alleanza per il pianeta terra

Come in Francia,

anche in Italia, grande mobilitazione dei cittadini contro il Cambiamento Climatico.

Non è un'azione impegnativa e non ci costa nulla!

La data?
1 febbraio 2007

leggi:

L'ALLEANZA PER IL PIANETA TERRA (gruppo francese di associazioni ambientali)

lancia un appello semplice a tutti i cittadini del pianeta:

spegnete la luce

il 1° febbraio 2007 ore 19.55 - 20.00

5 minuti per il ns pianeta!

Non si tratta di economizzare l'elettricità ,

ma di attirare l'attenzione dei cittadini e dei media, sullo spreco di energia e l'urgenza di mettere nelle agende dei nostri politici le questioni ambientali.

Il cambiamento climatico ci riguarda tutti, ma è un argomento purtroppo che sembra non importare molto !

Perchè proprio il 1 febbraio?

E' il giorno in cui verrà pubblicato il nuovo rapporto del gruppo di esperti climatici delle nazioni unite.

Questo evento avrà luogo in francia: non bisogna lasciare passare questa occasione!

Se riuscissimo veramente a partecipare tutti, questa azione avrà un reale peso mediatico e politico !

Fate circolare il più possibile questo appello intorno a voi !!




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26 gennaio 2007

se le cose stanno così... IO SCIOPERO !!

Scrivevo ieri notte: E’ discutibile questa mia decisione, forse anche condannabile, ma io sola so che non ho altra scelta, perché non saprei cosa fare di diverso per affrontare questo enorme, duraturo ed eccessivo problema familiare. Ho pensieri e sentimenti contrastanti, per il momento. Mantengo nella sofferenza e nella paura un certo equilibrio, ma non so per quanto durerà. Sono esausta della situazione che da due anni è il perno centrale intorno a cui ruotano le nostre esistenze. Mattia si rifiuta di  “crescere”. Più semplicemente, forse, non ci riesce ( il mondo adulto lo spaventa? Noi siamo un pessimo esempio?). Mattia rifiuta qualsiasi responsabilità su quella che è la sua stessa vita. Il che è peggio. Oggi ha portato a casa la pagella del primo quadrimestre: un disastro !! Anche la Preside gli ha parlato. Quella che pareva una ripresa scolastica del mese scorso è stata un’illusione. Di fatti non mi ero creata troppe speranze… Ma non è poi tanto questo… se deve perdere un anno scolastico meglio sia subito, non sarà la fine del mondo. Il suo “andare male a scuola” è l’espressione di tutto quello che non va dentro di lui, che non va in noi, nella nostra vita. Io non voglio che i miei figli crescano senza grinta, convinzioni, forza. Senza palle, insomma. Troppi ne vedo di trentenni svogliati, demotivati, che non riescono a trovare una loro via nel lavoro e negli affetti. La realtà sociale non li aiuta di certo quindi devono farsi forza tutti, anche chi ha le spalle coperte da una famiglia benestante. Figuriamoci cosa devono fare due ragazzi che hanno solo una madre che deve provvedere a loro. Mattia dall’anno scorso non sta facendo una vita da quindicenne/adolescente: studio, sport, amici, ragazze, pizze di classe, musica, piazza… no! essendo in perenne punizione esce raramente. Oramai si è assuefatto a questa condizione e non gli interessa nemmeno modificarla. Se gli proibisco di uscire o gli requisisco il cellulare lui si adatta a fare senza. Gli ho dato per punizione da ricopiare ogni sera un capitolo del “Marcovaldo” o di farne un riassunto leggibile, e lo fa sempre incalzato da me. Ma tutto questo mi sconforta. Mattia è in pieno contrasto con se stesso, con me, con la sua famiglia anche se sono sicura che non è qualcosa che lui fa – contro – di me. Sono certa che i miei figli mi amino. Questo lo so bene, ma non riesco a stare ferma a guardare mentre si rovina l’adolescenza. Mattia deve imparare a portare avanti le sue scelte. Più e più volte gli è stato chiesto se voleva cambiare scuola proponendo un indirizzo scolastico diverso. Non ci ha risposto mai, se non per dire che voleva rimanere al liceo. Ma se è questo quello che davvero vuole, DEVE studiare. Non sopporto che lui sia così indolente, sfaccendato, immaturo, indifferente verso tutto ciò che compone la sua vita. Anche noi. Devo fare qualcosa ! Qualcosa di violento che corra come una boccia contro i birilli marci che tengono su questa assurda, dolorosa, situazione. L’ho assecondato in tutto: corsi d’inglese, ripetizioni di inglese e latino, corsi di sostegno pomeridiani a scuola ed in più il corso arbitri, il cellulare nuovo per natale e il computer e le scarpe e vestiti e permessi presi al lavoro per andare a parlare con i suoi insegnanti. La prossima settimana ricomincerò i colloqui con gli insegnanti al mattino. Comunque è ora di dire basta ! basta, basta !! Sono troppo stanca per sopportare oltre questo andazzo che peggiora di giorno in giorno e non se ne vede la fine. Il senso di colpa verso mio figlio Francesco per quello che sto facendo e per l’attenzione a lui inevitabilmente ed involontariamente negata, mi attanaglia. Francesco non merita tutto questo seppure ha anche lui i suoi torti. Ma a scuola se l’è sempre cavata benissimo senza il mio aiuto, si sa gestire le lezioni, va a pallavolo ed ha iniziato un corso di latino in preparazione alla prima superiore. Ho paura che invece di comprendere la situazione (potrebbe??) possa reagire contro suo fratello o contro di me. Lo temo da tempo. Ma io cerco di aiutare il mio figlio che, al momento, è più in difficoltà, quello che ha più bisogni, quello che è più debole. Farei lo stesso per Francesco. Lui è un bravo bambino che ogni tanto ha i suoi momenti e le sue fisse, come ad esempio togliersi i pedalini e lasciarli regolarmente sotto il divano, oppure trovare mille scuse per non lavare quei tre piatti del pranzo, togliersi i vestiti e lasciarli per terra, non appendere il suo giubbotto. Entrambi mettono  la loro camera a soqquadro: il tavolo è ricoperto da carte e da cianfrusaglie le più disparate, buttano i libri sul letto o li accatastano sul tavolo e la libreria è vuota, lasciano le scarpe, gli zaini buttati in ogni dove, lasciano attaccati alle spine i cavi del cellulare, se prendono una cosa da un cassetto non la rimettono mai a posto e la situazione in bagno non migliora. Per farli sparecchiare è una lotta, per farli andare a dormire è ogni sera una discussione anche perchè loro stanno spaparanzati. Abitiamo in un appartamento che ci diventa ogni giorno più stretto, praticamente viviamo tra soggiorno e cucina che è un tutt’uno. In camera loro, piccolissima, non ci stanno praticamente mai. Io nella mia ancora meno. Quindi non c’è angolo in cui ripararsi. Quando arrivo a casa dopo il lavoro spetta a me rimettere a posto tutto, spicciare le necessarie incombenze di casa, preparare la cena, controllare i compiti e ascoltarli. Lo so che sono cose normali, ogni mamma che lavora deve fare come me. Ma io sono sola, non ho nemmeno nessuno con cui sfogarmi o semplicemente parlare. Se non le faccio io le cose chi le fa? Mi sento così in colpa per dover lavorare per mantenerli, per dar loro il minimo indispensabile. Mi fa star male pensare che alla mia età non riesco a garantire loro una stabilità economica. Forse se fossi più presente le cose sarebbero diverse anche se non trovo comunque giusto che a quasi sedici anni mio figlio non sappia organizzare i suoi studi ed i suoi tempi ed io debba ancora intervenire come fosse alle elementari. E comunque, anche quando lavoravo a sei ore ed ero a casa alle 16.15 le cose non erano diverse per lui. Solo per me che fisicamente ero molto meno stanca di adesso. Dunque ieri sera non ho saputo trattenere la mia rabbia e il mio sconforto. Ho deciso che faccio sciopero !! Non mangerò più, non mi farò più l’insulina. Non so quant’è che ho pianto ed erano anni che non lo facevo. Carlo non ha saputo far altro che spazientirsi, ed urlando dirmi di smetterla, poi ha preso la porta e se ne è uscito. E’ sempre stato questo il suo problema: non aver mai imparato a prendermi. Non ha nemmeno provato a parlarmi con tranquillità, a rassicurarmi, e a cercare di valutare insieme le cose, magari regalandomi qualche falsa speranza… che importa? In quel momento avrei creduto a qualsiasi cosa mi avesse detto pur di riuscire a vedere la situazione in maniera diversa da come la sentivo. Del resto Carlo è un ex marito per molte buone ragioni, no? Non ho mangiato e non mangerò. Non ho fatto insulina e non la farò. Ecco il significato della frase: “avere le ore contate”. Starò male, più passerà il tempo e più starò male. Creerò a loro dei problemi, ma forse questo è il passaggio necessario perché ognuno di loro si renda conto di quanto è fortunato e com’è necessario che imparino a difendere la loro fortuna. Se non me come persona, almeno per ciò che rappresento per loro. Diversamente dovranno imparare a farne a meno. Perché se non vedrò il minimo segno di cambiamento in ognuno di loro non riprenderò ne a mangiare ne a fare l’insulina e in poco tempo starò molto male. So bene che il diabete non può essere ignorato, conosco le conseguenze e questo mi terrorizza, ma molto meno che subire ogni giorno questa situazione, molto meno che vedere a che punto ognuno di loro è giunto. Certo è un ricatto, una minaccia, un atto ignobile il mio. Me ne rendo conto benissimo e non so spiegare quanto mi dispiace. Ma davvero non so più che fare. Ho la glicemia molto alta ed ho tanta sete… appena arrivo a casa mi getto sul divano e dormo, sono sfinita.




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25 gennaio 2007

la Fedeltà è Alta

Sono stata una di quelle che un tempo lasciava libri sulle panchine. In forma anonima. Solo un breve commento. Un regalo, un prestito... non lo so, un lascito, certo non un abbandono. Mi piace pensare che in questo momento qualcuno potrebbe tenere tra le mani uno dei miei libri; mi piace immaginare che uno di loro possa essersi fermato in una casa... o che stia ancora  viaggiando nella sacca di qualche studente. Chissà quanto hanno girato in questi anni, in quanti posti sono stati e quante emozioni hanno raccolto ? si, perchè era questo il senso del mio gesto: suscitare sentimenti. Anche brutti o spiacevoli, non ha importanza. L’importante è che questi libri abbiano indotto suggestioni: la sorpresa, prima di tutto. Un “qualunque” mentre cammina vede un libro apparentemente abbandonato su una panchina; s’avvicina, con fare circospetto lo prende tra le mani, con prudenza. In quel preciso istante tutto il mondo gli gira attorno ma la sua attenzione è solo su quel libro (non è fantastico ?). Legge il titolo, forse fa una piega con la bocca, poi lo sfoglia in cerca di un indizio: un nome, un numero di telefono... e al fine legge: Questo libro è per te. Te lo lascio perchè...”. E così, in anni diversi, sono passati di mano: la seconda copia de “Il buio oltre la siepe di Harper Lee (bellissimo anche il film in bianco e nero con coso... daìì... Gregory Peck, ecco!) e poi è toccato al Demian di Herman Hesse e al “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde. L’ultimo libro che ho lasciato sul bordo del fiume lungo la Restera è stato Ricorda con rabbia” – Look back in anger - di John Osborne. Era settembre 2002. Stefano aveva appena svelato al mondo i suoi iniqui inganni facendo pagare soltanto a me ed ai miei figli il prezzo di tutte le sue menzogne. Non stavo bene, insomma. Avevo scritto: …te lo lascio perché sono una giovane donna arrabbiata. Dovevo scegliere diversamente. Dovevo scegliere l’innocenza”. Lunedì mi è stata recapitata una busta. Era un lunedì pomeriggio uguale a tanti pomeriggi: grigio, indaffarato. Muto e vuoto di ogni “qualsiasi cosa” di essenziale. In breve: noioso. La consistenza della busta era insolita anche se la busta era una delle solite buste. Con fare circospetto l’ho aperta, con prudenza ho tirato fuori un libro. Ho letto il titolo e la mia bocca si è mossa a sorriso. In quel preciso istante tutto il mondo mi girava attorno ma la mia attenzione era solo su quel libro (è stato fantastico!). Senza alcun preavviso, Lui mi ha inviato l’ultimo libro di Nick Hornby Una vita da lettore”. Ed ecco i sentimenti: sorpresa, sospetto, timore, diffidenza, incredulità, stupore, emozione, smarrimento, turbamento e poi… gelosia, il tempo di infilare il libro nella mia borsa. Per proteggere, per difendere.

Mi è venuta in mente una frase di Pennac: “Nella vita non sono i segni che mancano. Quello che manca è il codice”. Lo so, che non c’entra niente !! Ma questo mi è venuto in mente appena ripreso un minimo di equilibrio interiore. Non sono squilibrata, sono sensibile IO !! (anche se non si vede). Nick Hornby scrive – anche -  una rubrica di recensioni di libri per la rivista statunitense The Believer, in Italia queste recensioni sono pubblicate dal settimanale Internazionale e sono leggibili (occhio però che non sono aggiornate) sull’omonimo sito internet. Da una parziale raccolta di questi articoli è nato “Una vita da lettore”. Cito testualmente dal quarto di copertina. “un diario di letture alquanto informale, che nulla ha a che vedere con i giudizi del critico… (…) sue non-recensioni, che spesso ci raccontano un romanzo o un saggio in poche, felicissime righe, comunicano in modo estremamente diretto le sensazioni che tutti proviamo durante la lettura: la sorpresa o la noia, la felicità o il dispiacere, insomma i motivi per cui vale ancora la pena di leggere…”. Mentre scrivo sono arrivata a pagina – guardo – 77. La cosa che mi ha colpito, piacevolmente colpito, di questo libro, oltre alla copertina, è l’indice. Troppo carino… bisognerà che ne tenga conto. Il libro è suddiviso in mesi, inizia dal settembre 2003 e arriva a giugno 2006 (Internazionale pubblica le sue recensioni sino ad ottobre ’06). Nell’indice sono riportati, oltre ai nomi degli autori letti, anche un suo commento flash personale. Originale, no? E allora si va volando da Dickens e le sue “Grandi Speranze a Ian Hamilton con il noto In cerca di Salinger (cmq. io in Italia non sono ancora riuscita a trovare la biografia scritta da Hamilton del poeta Robert Lowell e mi dispiace molto) a Salinger stesso. Più e più volte citato sino a farti sentire la nostalgia di Salinger e dei sui romanzi. Per chi, come me, che in un momento preciso della sua vita (la giovinezza) ha incontrato J.D. ed ha percorso un lungo periodo vedendo il mondo alla Salinger, ritrovarlo citato è stata una ulteriore conferma. A mio, modesto,  parere il gergo della schiera dei Don DeLillo e e dei B.E. Ellis non ha avviato nulla che non esistesse già  in Salinger. Ma poi ho ritrovato anche “Toby” Wolff ed  il suo Un vero bugiardo e J. Lethem ed il suo “La fortezza della solitudine”, citato anche “Il buio oltre la siepe”, romanzi di adolescenti… sull’adolescenza e molto di più. Uomini e topi” di Steinback !! incredibile… Però su tante cose mi trovo in accordo con Hornby… e sì, forse dovrò smetterla di arricciare il naso ogni volta che un suo libro mi capita a tiro. Ad esempio a pagina 48 afferma che Kurt Vonnegut è il più grande scrittore americano vivente. Ecco, già abbiamo una verità in comune. Il suo “Un uomo senza patria è l’unico libro “da grandi” letto da mio figlio Mattia, credetemi, significa che vale molto. E poi Hornby condivide con me (non io con lui !) Michel Houellebecq. Il suo romanzo “Particelle elemenari resta tra i miei preferiti, peccato per il film. Prima stavo rigirandomi il libro tra le mani ed ho scorso l’indice dei nomi e dei titoli. Manca Paul Auster… com’è possibile ??!! eppure il MIO Paul Auster, non c’è menzionato ? se è così è una grave lacuna Nicky… C’è una cosa che non mi è piaciuta: il riferimento abbastanza ripetuto, almeno sino ad ora, al romanzo di suo cognato Robert Harris “Pompei (nel frattempo ne ha scritto pure un altro: Imperium). Avrei evitato di pubblicizzare un parente… puff… l’ho trovato di cattivo gusto. Tralasciamo pure la sua fissa per il calcio oramai divenuta una sua peculiarità e dunque sorvoliamo anche sulle relative metafore. Invece cerco il MIO McEwan e …lo trovo. C’è. Aspetto. Lo leggerò con calma questa sera o questa notte se, come al solito, faticherò ad addormentarmi. Quello che mi piace di questo libro è… il modo di scrivere di Nick Hornby. Eh sì… l’ho detto. Lui può anche permettersi di scrivere ovvietà; del genere: “se fai fatica ad andare avanti a leggere un libro lascialo stare…” perché lo fa con stile, perché certe affermazioni sono funzionali per arrivare a parlare di qualcosa di più interessante, servono da collegamento. Inoltre, apprezzo molto le note biografiche ed è davvero come leggere un diario, in parte. Questo avvicina. Avvicina Nick Hornby a me (non me a lui) e mi fa venire voglia di andare avanti a leggere. Le sue considerazioni sulla lettura e sulla scrittura sono argute e poste ad arte. L’obbiettivo dello scrittore è raggiunto, dunque. Resta il fatto che i libri costano troppo. C’è poco da fare… 15-18 euro sono davvero troppi. Qui non esistono i mercatini dei libri usati. Raramente si vedono delle bancarelle ma i libri in vendita, usati o no, sono davvero inavvicinabili ed illegibili. Ok, ci sono le biblioteche pubbliche, ne ho già parlato. Ci sono centri del libro o supermercati dove applicano uno sconto sui testi… ma questo non risolve. Delle volte penso: “come farei se ad uno dei miei figli venisse all’improvviso il  - vizio - di leggere, soprattutto di leggere qualcosa di diverso da quel che leggo io?”. Invece, ai miei tempi, era bello. Sotto la Loggia dei Cavalieri c’era Tarantola con i suoi banconi e scaffali a muro straripanti di libri e riviste e fumetti usati. Tarantola se ne stava tutto il giorno seduto là, su una sedia. Era un uomo rude e di poche parole. Io ero molto piccola ma mi faceva trattare. Per qualche anno l’ho spuntata sempre. Mi vendevo di tutto. Mamma era una patita dei gialli Mondadori, ne aveva a tonnellate, ed io glie li rubavo; le nostre governanti lasciavano sempre qualche rivista o fotoromanzo che facevo sparire senza essere vista; mio padre ci comprava, ogni domenica mattina prima della Messa, Topolino ed io dopo un tempo tecnico me li andavo a rivendere. E il vecchio pagava. Poi cominciavo a girare tra i banconi, prendevo in mano i libri, li toccavo, l’odore dei libri usati è inconfondibile. Davanti agli scaffali, per me allora altissimi (beh, anche ora lo sarebbero), mi bloccavo scorrendo i titoli, faccia all’insù mi spazientivo perché non riuscivo a leggerli tutti. Mi ricordo la frescura che provavo sotto la loggia, la pavimentazione di pietra scaldata a tratti dal sole estivo, mi ricordo l’odore della pioggia che si mischiava con quello dei libri e della polvere. Mi ricordo questi libri… “Il mulino sulla Floss” (1860) il romanzo di George Eliot, alias Mary Ann Evans  scrittrice inglese, contemporanea di C. Dickens; Papà Gambalunga (1912) di Jean Webster; “Cime tempestose e tutto il mondo delle sorelle Brontë e di L.M. Alcott; il Romanzo di un giovane povero (1920) di O. Feuillet, più famoso certo il film. E poi, incredibile, non me lo ricordavo… il passaggio dalla mia adolescenza alla giovinezza è stata segnata, senza dubbio,  dal romanzo Il diavolo in corpo (1947) di Raymond Radriguet (morto a soli 20 anni). Fu il mio primo romanzo a sfondo erotico, una struggente lezione d’amore e di vita, una pasione timida e delicata. Eravamo ancora lontani da “Ultimo tango a Parigi”. Tra l’altro, quando confessai a mia madre che lo avevo letto sottraendolo dalla sua libreria, lei si arrabbiò tantissimo!! Beh… ora capisco perché tante cose di me non vanno bene.  Poco dopo ho avuto il momento “Fran?oise Sagan”: io volevo a tutti costi vivere, essere, poiché sentivo come una delle protagoniste dei suoi romanzi ! “Bonjour tristesse è solo quello che l’ha resa famosa. Inevitabilmente crescevo e così sono passata alla fase “J.P. Sartre” che è durata molto, molto a lungo. Posso dire sinceramente che gli esistenzialisti hanno influenzato in gran parte il mio modo di essere e di pensare. Mi ci sono ritrovata molto in Memorie di una ragazza per bene” di S. De Beauvoir, moglie di Sartre, così come ne Una donna spezzata”. Ho avuto il momento – giovane arrabbiata – alla Osborne, Ionesco… ma questo momento dura ancora oggi ad essere sincera. In prima liceo tenevo “Porci con le ali sotto il banco ma la Prof. mi ha sgamato subito, ‘sta stronza, ancora me la ricordo, e me lo ha requisito !! Ma sto divagando e voglio tornare a leggere Hornby. Fatalità ieri sera davano in TV “About a boy” che i miei figli hanno voluto vedere per l’ennesima volta! Mattia al cineforum del liceo vedrà ancora quello ed anche “Io non ho paura” e dovrà finire di leggere i due romanzi. Hornby ed Ammaniti al liceo Scientifico, dunque. Significherà pur qualcosa?! Ho chiesto a mio figlio… Beh, ora trascriverò poche frasi di Hornby che mi hanno fatto veramente cappottare dal ridere (cosa non facile ultimamente); Hornby sta raccontando un breve aneddoto su George W. Bush (pag. 39) e conclude il capitolo così: “La maggior parte della gente perbene di notte fa fatica a dormire, e a quanto pare è proprio per questo che il mondo è un tale casino”. Fantastico !! 




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22 gennaio 2007

L’exploit di Mattia

12 gennaio 2007

 Sono proprio contenta. Ieri sera ho incontrato la Preside del liceo di Mattia che mi ha accolto con grande calore ed entusiasmo. L’espressione del suo viso era raggiante nel dirmi dell’exploit di Mattia a scuola e di come sia migliorato sensibilmente il suo comportamento. Ogni voce malevola nei riguardi di mio figlio è stata ritenuta infondata !! La Preside ritiene il suo miglioramento scolastico e personale una soddisfazione propria e profonda. Ha definito mio figlio un “talento scientifico”. Se studiasse chissà cosa potrebbe fare, mi dico io. Si è congratulata dicendomi che non tutti i genitori sono come noi purtroppo, e che abbiamo saputo reagire con determinazione e sensibilità alla situazione. La Preside aveva parlato anche con il Prof. che da ripetizioni di latino a Mattia il quale ha confermato la sua impressione. Mattia è un ragazzino che è molto insicuro di se e che si sta impegnando con costanza nel latino. Il Professore mi aveva detto inoltre che presta particolare attenzione all’aspetto psicologico di mio figlio e che va incoraggiato e sostenuto. Del latino fatto lo scorso anno ha solo poche idee e ben confuse e questo rende ancora più difficoltoso il suo lavoro. La Preside ha dimostrato affetto, attenzione e simpatia verso Mattia e mi ha rassicurato che il brutto momento è passato. Certo non deve mollare con lo studio ma comprendere invece che con un impegno costante i risultati arrivano e con essi anche le soddisfazioni personali e una nuova serenità di spirito. Ora vediamo come andranno gli scrutini del primo quadrimestre ma la Preside mi ha detto di stare tranquilla. Ho detto alla Preside che il prossimo anno ci sarà anche mio figlio Francesco al liceo e lei ridendo si è messa le mani nei capelli gridando: “no… un altro, no !!”. L’ho rassicurata dicendole che Francesco è molto bravo e che adesso inizia a gennaio un corso di preparazione al latino, così per prendersi avanti. Alla fine del colloquio ho partecipato alla riunione del Comitato dei Genitori. Ho ascoltato i mille problemi che affliggono la scuola e il liceo stesso ma il pensiero correva sempre a mio figlio. Non vedevo l’ora di tornare a casa. Abbiamo finito alle 20.15. Ero fatta, anche perché prima di andare alla riunione mi ero accorta che avevo nuovamente un pneumatico della twingo a terra quasi completamente e quindi ho dovuto guidare lentamente sino al distributore e farmela accomodare per poter tornare a casa. Questa mattina l’ho riportata dal benzinaio per farla riparare. Non oso immaginare cosa costerà. Eravamo proprio contenti ieri sera a cena, stufi morti ma contenti. Io e suo padre ci preoccupiamo di questa sua insicurezza. Forse io riverso involontariamente troppe aspettative sui miei figli e questo genera in loro ansia e paura di non esserne all’altezza, paura di deludermi, paura di non farcela. Il risultato è che Mattia non sa valutarsi. Vorrei che evitassero di ripetere i miei errori e più penso questo e più mi ripeto anche che io non posso vivere la loro vita ne pretendere di imporgli la mia. Per quanto io abbia letto, ascoltato persone o frequentato corsi mi sono trovata completamente spiazzata di fronte all’evoluzione naturale di mio figlio maggiore. Ho vissuto questi ultimi mesi con tale ansia. Una parte di me comprende molto bene la sua indolenza, la sua insicurezza (perché è questo il nodo alla fine), l’incostanza ed anche certi suoi atteggiamenti; un’altra parte di me vorrebbe invece che lui fosse: più impegnato nello studio, più coinvolto da amicizie costruttive, che facesse più sport e che avesse interessi, passioni, da coltivare con costanza… vorrei cose da mamma, insomma. Diversi mesi fa mi sono rivolta al Prof. OC. del Centro Orientamento Professionale per parlare con qualcuno della situazione, anzi, della – crisi adolescenziale -  di Mattia e per far fare a Francesco i test attidudinali per la scelta della scuola superiore per il prossimo anno scolastico. Mi sono rivolta al dr. OC. dopo molte ricerche e nel periodo peggiore che stavamo entrambi attraversando, questo già prima che la Preside del liceo mi mettesse al corrente dei sospetti e delle voci che giravano attorno a mio figlio. Ho conosciuto così questo bizzarro dottore che mi ha ascoltato e parlato e raccontato e che poi ha parlato due volte con Mattia e poi con Francesco e gli ha fatto fare i test orientativi per la scelta della scuola superiore; questo piccolo omino che tanto mi ha rassicurato dicendomi che i comportamenti di Mattia rientrano tutti nei canoni “naturali” dell’età e che bisogna prestare attenzione ed avere pazienza. Io ce la metto proprio tutta. Al di là del risultato di questo anno scolastico quello che più m'importa è l'evoluzione emotiva, psicologica di mio figlio.




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9 gennaio 2007

Una notte in Italia

“È una notte in Italia che
vedi
questo taglio di luna
freddo come una lama qualunque
e grande come la nostra fortuna
la fortuna di vivere adesso
questo tempo sbandato
questa notte che corre
e il futuro che arriva
chissà se ha fiato.

Ci sono voluti giorni per far sfiorire appena il ricordo della festa del 20 dicembre scorso. La mega festa aziendale, con il discorso del Presidente (molto commovente, ma che mi sono persa perché ero fuori a fumare) e la torta con il dolce logo. Devo ripercorrere a ritroso quelle ore per farne una cronaca che non sia solo personale ma che comprenda anche tutti gli aspetti che riguardano gli altri e l’azienda in cui lavoro. Ovvero gran parte di ciò che amo. Lo spirito dei “vecchi” dipendenti c’era tutto e tanto. I giovani, coloro che lavorano da poco tempo qui, si sono adeguati e si sono fatti incantare da questa forza collettiva. Mercoledì 20, verso metà pomeriggio, io ed i miei colleghi eravamo già stanchi. Nei giorni precedenti, tra tanto lavoro, c’era stato anche un gran parlare di questa festa: sull’organizzazione, sulla cena, sugli ospiti illustri, su che abiti indossare. Più si avvicinava l’ora più aumentava l’ansia straripante di aspettative. Io una, solo una, aspettativa grande grande ce l’avevo. Alle 18.00 dopo esserci accordati per i posti auto sono corsa a casa a prepararmi. Alle 19.20 il mio Capone mi aspettava al parcheggio aziendale. Siamo andati insieme alla festa. Non so come ho fatto a fare tutto, spesa compresa e ad arrivare puntuale al parcheggio dove il mio Capone mi stava già aspettando. Seduta nella sua auto mi sono finalmente rilassata un poco; abbiamo parlato del più e del meno. Immaginavo già che Stefano non avrebbe partecipato alla festa accampando una scusa all’ultimo minuto (mi è dispiaciuto tanto per i suoi ma io ero molto sollevata).

È una notte in Italia che vedi
questo darsi da fare
questa musica leggera
così leggera che ci fa sognare
questo vento che sa di lontano
e che ci prende la testa
il vino bevuto e pagato da soli
alla nostra festa.

La villa dove si è svolta la festa è meravigliosa anche se questo termine resta limitativo. Perfetta l’organizzazione con inviti nominativi e pass per le auto e tutto quello che ha girato intorno a quella notte.

È una notte in Italia anche questa
in un parcheggio in cima al mondo
io che cerco di copiare l'amore
ma mi confondo
(o saranno le mie mani
che sanno così poco dell'amore).

Io e il mio Capone siamo entrati guardandoci intorno poi abbiamo individuato una delle diverse file predisposte per lasciare i cappotti. Mi guardavo intorno per cercare Lui. E per vedere se i miei colleghi e il mio giovane Capo fossero già arrivati. C’è stato a quel punto una scena esilarante: il mio Capone mi ha fatto segno di cambiare fila perché la nostra era troppo lunga, io l’ho seguito senza insistere, ma quella che ha scelto, arrivati alla fine, era rimasta senza numeri da assegnare agli indumenti e così siamo stati costretti a rifare un’altra fila. Nel frattempo salutavo tutte le persone che arrivavano e che conoscevo. Di Lui niente. Poco dopo è arrivato anche il mio giovane Capo. Da quel momento per quasi tutta la sera non ci siamo separati. La sua compagnia così allegra, simpatica ed educata, sarà un ricordo piacevole per sempre. Insieme siamo andati a prendere l’aperitivo: lui mi porgeva il bicchiere, mi passava le cose da mangiare, mi faceva strada tra la folla. Fino a quel momento non avevo mai focalizzato cosa esattamente di lui mi affascina, nonostante le nostre profonde diversità,  ma poi ho compreso: l’entusiasmo. Si, l’entusiasmo verso le cose che accadono, il trasporto, l’empatia verso le persone. Uno stupore bambino che io non ricordo più. Stanco come era, ha avuto la capacità di essere partecipe, brillante e molto molto cortese. Il Capone l’avevamo perso indietro, fermatosi a parlare con tutti. Intanto la gente continuava ad arrivare. Di Lui niente. Ed io ero trepidante, battevo i piedi, aspettavo. Volevo guardarlo, volevo solo che mi parlasse – d’altro e rafforzasse le mie intuizioni. Siamo arrivati così alla sala principale dove al centro c’era una pista da ballo ed un piccolo palco. Tavoli rotondi da dieci persone erano disposti all’intorno in maniera molto organizzata. Le hostess ci hanno fatto cenno indicandoci quali erano quelli riservati a noi ed è iniziata la solita discussione su chi-siede-dove. Il mio Capone era proprio sparito ed i suoi si sono sparpagliati un po’ ovunque mischiandosi tra altri colleghi. Io ed il mio giovane Capo abbiamo fatto un giro di ricognizione e lo abbiamo incontrato;  ci ha avvisato che lui era stato invitato a cenare al tavolo dei dirigenti!!!  Ahhhh… tradimento. Va detto che anche al mio giovane Capo era stato chiesto se voleva unirsi al tavolo dei dirigenti vicino a quello centrale del Presidente, ma lui ha rifiutato dicendo che avrebbe cenato con noi (grande, eh?). Non ricordo in quale momento i miei occhi hanno intercettato Lui. Il termometro delle mie aspettative è sceso almeno di un grado: mi ha ignorato inequivocabilmente, mentre salutava tutti. Come avevo previsto (vedi pagina precedente) era circondato da donne che spuntavano da ogni dove e gli stavano addosso. Letteralmente. Durante la cena Lui è venuto a sedersi ad uno dei tavoli intorno al nostro. Non mi ha mai degnato di uno sguardo. Non c’è niente di più deprimente per una donna che essere ignorata. Dentro di me pensavo: “ecco siamo alle solite”. Tra una portata e l’altra con colleghi ed altri amici mi ritrovavo a fumare fuori. Abbiamo riso e scherzato tanto. Ma il mio era un sorriso un po’ forzato, un po’ amaro nel constatare che ancora una volta avevo avuto ragione. Mi facevo un po’ pena e mi sentivo ridicola per questa mia curiosità spontanea, per il mio interesse senza doppi fondi, per i miei slanci sinceri che devono rimanere sempre chiusi nel mio marsupietto emotivo…

Ma tutto questo è già più di tanto
più delle terre sognate
più dei biglietti senza ritorno
dati sempre alle persone sbagliate

Ma, come si usa dire: “the show must go on” ed io non potevo certo fare la guastafeste, non in quella circostanza. I miei colleghi (tutti molto simpatici) ed i miei Capi non lo meritavano. E così abbiamo cenato e ballato, fatto l’immancabile trenino, e bevuto e scherzato. All’inizio sul palco c’era un gruppo gospel, poi è intervenuta una comica famosella che ha scherzato anche con il Presidente, alla fine tre dj ci hanno fatto ballare con la loro musica (in lieve difetto per i miei gusti) fino alle 3 e mezza del mattino. Ah… devo specificare che sul palco si alternavano ballando ragazzotte e ragazzotti in abiti “di scena”. Ogni tanto mi fermavo ad osservare le persone, se si osserva con attenzione si comprendono molte cose. Guardavo le persone che conosco ed ero contenta, contenta di avere avuto la possibilità di essere lì quella sera…

più delle idee che vanno a morire
senza farti un saluto
di una canzone popolare
che in una notte come questa
ti lascia muto

Francamente ci sono un paio di cose che proprio non riesco a tollerare in certi uomini. La prima è che in mia presenza si voltino a guardare altre donne. La seconda è che (s)parlino delle donne che osservano con tanta attenzione, di fronte a me. Mi chiedo sempre cosa penserebbero se sentissero altri uomini giudicare nel medesimo modo le loro mogli… mah !? Quella foia sbandierata, quel desiderio falso, grottesco, rendono gli uomini veramente sgradevoli. La trovo una pratica comune di pessimo gusto. Un calo vertiginoso di classe. Non condivido questa leggerezza. Non amo chi si sofferma all’apparenza, chi giudica dall’aspetto esteriore. C’è, in verità, una terza cosa che non sopporto negli uomini… è che quando non sanno o non hanno niente da dire ripetono cose già dette solo per riempire il silenzio. No, non è timidezza… E nemmeno la mancanza di interesse giustifica l’indifferenza.

È una notte in Italia se la vedi
da così lontano
da quella gente così diversa
in quelle notti
che non girano mai piano
io qui ho un pallone da toccare col piede
nel vento che tocca il mare
è tutta musica leggera
ma come vedi la dobbiamo cantare
è tutta musica leggera
ma la dobbiamo imparare.

(grazie ad Ivano Fossati)

Come capita spesso, i momenti più belli sono arrivati quando i “più” hanno cominciato a lasciare la festa. I miei due Capi sono andati via poco dopo cena; hanno molta strada da fare entrambi per rientrare a casa. Lui si aggirava per la sala attardandosi. Lo seguivo con uno sguardo intermittente ed ad un tratto non l’ho visto più. Se ne era andato. Se ne è andato portando con se ogni mio incerto anelito. Con Marco sono andata fuori a fumare. Siamo rimasti a guardare i camerieri che continuavano pezzo per pezzo a smantellare la nostra serata, mentre l’eco della musica mi faceva danzare ancora. Avevo già rifiutato parecchi passaggi di ritorno, volevo rimanere con i miei ragazzi dell’ufficio. Eravamo cotti a puntino quando abbiamo iniziato a guadagnare l’uscita. Il palcoscenico era ideale. Ognuno di noi si esprimeva con sgangherata ironia ed i miei risultavano così simpaticissimi. Andrea continuava a declamare un verso del poeta Sereni: “…l'ameno paesaggio d'acque e foglie che si squarcia svelando radici putrefatte, melma nera…” (durante la cena avevamo ragionato sul tema: essere chi scrive lettere al passato (noi). Pro e contro. Affermazione e difesa, sua e vano convincimento del miglior contrario, mio. Francesco ha anche tentato di fare una telefonata da un telefono completamente muto e cercato di espiantare una lampada a stelo, tutto questo mentre delle signorine, riconquistata la normalità, passavano salutandoci. Marco sopra una scalinata cercava di salire in groppa ad un animale di pietra. Daniele, ma lui è principe, mi parlava di cinema (Tinto Brass), di musica (Lucio Dalla) di cui abbiamo intonato una canzone. E di politica. L’ho visto persino fumare un sigaro. Arrivati alla macchina il Principe ha impedito a Francesco di guidare. E meno male. Ci siamo accalcati dentro la macchina che ancora ridevo. Ecco questo è stato un momento caro. Il viaggio di ritorno che non volevamo far finire. Francesco con la testa fuori dal finestrino smadonnava urlando. Ognuno di noi diceva qualcosa di sensato ma che non aveva assolutamente nulla a che fare con quello che dicevano gli altri. Abbiamo cantato “la collina dei ciliegi”. Io lo so che questi momenti di condivisione con il trascorrere del tempo diventano sempre più rari. So che l’ebbrezza enfatizzava, rendendola comica, la nostra già spontanea confidenza. So, o credo di sapere, che ognuno di noi esprimeva e reagiva ad una rabbiosa inquietudine personale. So quanto possono essere fugaci anche i sentimenti più profondi ma è forse per questo che esistono i ricordi. Non avendo trovato lungo la strada un bar aperto per bere - l’ultimo, Daniele ha detto: “è finita qui”. Ci siamo detti: “a domani” mentre il domani era già ora. Guidando verso casa, per lo stordimento e la stanchezza, non riuscivo a dominare tutti i miei pensieri ed i ricordi di momenti simili vissuti con Stefano. Cercavo di stringere da essi l’emozione e nello stesso tempo provavo il profondo senso di abbandono di lui che, allora, ancora non conoscevo. Non riesco proprio a risolvermi e ad “andare a cercare un nuovo inizio” (grazie Principe per questa frase).




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19 dicembre 2006

L’invito - Oriah Mountain Dreamer

Lui, Lui, ecco Lui è così… così… carino. Mi piace davvero tanto. Domani sera ci sarà la festa natalizia aziendale. Ci saranno tutti-tutti. 1.480 persone + Lui + io. Oh wow… fantastico ! L’evento mondano dell’anno. Sarà già tanto se riuscirò a vedere dov’è Lui. Sarà accerchiato da donne bellissime e uomini, persone importanti, ed io invece (come una moderna cenerentola) starò con i miei colleghi che pure sono importanti per me.  Mi sa che finirò ubriaca nelle cucine a ciarlare e a fumare con i cuochi… Ieri me ne andavo sotto la pioggia e giunta al club, l’ho visto. Anzi, Lui ha visto me e mi ha chiamato per nome. Dovevo avere un’aria da piccola fiammiferaia (‘na favola proprio) anzi, come mi ha detto poi il mio giovane Capo ufficio sgridandomi perché andavo in giro senza ombrello, sembravo una profuga. Bene…. Non mi ricordo assolutamente cosa mi ha detto, so solo che indossava un bellissimo paio d’occhi su un maglione grigio. Lo fissavo cercando di trattenere il piacere di poterlo guardare, cercavo di recuperare un po’ di forza da quella immagine e lui all’improvviso si è girato dall’altra parte; non mi ha guardata più, non mi ha parlato più. Stop. Tempo un nano secondo e la sua attenzione per me era svanita. Ne aveva dedicata già troppo ad una come me. Deve riuscire a deludermi !! deve assolutamente riuscire a deludermi… sù, non è poi così difficile… Se starò ferma immobile, passerà. E in questo Lui mi aiuterà senza saperlo. Resta il fatto che se noi umani fossimo dotati di una, facciamo due: “opzioni coniglietto” io la mia me la giocherei ora (prima che Lui mi deluda). Vorrei davvero conoscerlo, potergli parlare come una donna ad un uomo normale. Vorrei poter sapere della sua vita. Attualmente è l’unico essere al mondo sopra i 16 anni a cui avrei voglia di chiedere: “a cosa stai pensando?”.  Ecco cosa vorrei conoscere di Lui: 
“Non mi interessa sapere come ti  guadagni la vita.

Voglio sapere cosa ti fa spasimare e se osi sognare l’incontro con l’anelito del tuo cuore.

Non mi interessa sapere quanti anni hai.

Voglio sapere se accetteresti il  rischio di fare la figura dello stupido per amore, per il sogno, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa sapere quali pianeti sono in quadratura con la tua luna.

Voglio sapere se sei arrivato al nucleo della tua sofferenza fino a toccarla, se i tradimenti della vita ti hanno fatto sbocciare, o se ti sei inaridito e chiuso in te stesso per paura di altro dolore.

Voglio sapere se riesci a restare in compagnia del dolore, il mio e il tuo, senza cercare di nasconderlo, di cancellarlo o di farlo tacere.

Voglio sapere se sai essere con la gioia, la mia o la tua, se sei capace di danzare selvaggiamente e se sei capace di lasciare che l’estasi ti riempia da fino alla punta delle tue dita,  senza ammonirti ad essere prudente, e a stare con i piedi per terra senza ricordare i limiti dell’essere umani.


In questi ultimi giorni prima delle vacanze stiamo lavorando ad un ritmo frenetico. E’ così ogni fine d’anno. Il viaggio che avevo minuziosamente programmato di fare, purtroppo è saltato. Desideravo tanto andare a Praga… ma, fatti i conti, qualsiasi località anche più vicina è troppo costosa in questo momento. Il mio camper rimarrà posteggiato sotto casa… La mia mini-fuga la farò con l’immaginazione, in questo sono abilissima, anche se con l’età sono diventata più accorta e trattengo in me ogni emozione, ogni moto del cuore. Nessuno vedendomi può intuire i miei pensieri:


Non mi interessa sapere se la storia che mi racconti è autentica.

Voglio sapere se riesci a deludere un’altra persona  per amore di autenticità verso te stesso; se riesci a sopportare l’accusa di tradimento senza tradire la tua anima; se riesci ad essere fedele e perciò affidabile.

Voglio sapere se riesci  a vedere la bellezza ogni giorno, anche quando non è piacevole, e se la sua presenza è fonte di ispirazione per la tua vita.

Voglio sapere  se puoi vivere con il  fallimento, il tuo o il mio, e riuscire tuttavia, fermo sul bordo di un lago, a gridare al plenilunio d’argento il tuo: “si “.

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai.

Voglio sapere se  dopo una notte di angoscia e disperazione, esausto e con le ossa a pezzi, riesci ad alzarti la mattina e a fare ciò che è necessario per nutrire i tuoi figli.

Forse potrei provare a scrivere una letterina, anche io, a Babbo Natale. In fondo sono stata buona e brava per tutto l’anno… gli chiederei: una possibilità. Non cose, non soldi, nemmeno garanzie per il futuro. Soltanto una possibilità: 

Non mi interessa sapere chi sei o come sei giunto fin qui.

Voglio sapere  se resterai con me nel centro del fuoco senza tirarti indietro.

Non mi interessa sapere dove  o che cosa o con chi hai studiato.

Voglio saper che cosa, dentro di te, ti sostiene quando tutto il mondo crolla.

Voglio sapere se riesci a star solo con te stesso

E se davvero ami quel senso di compagnia che riesci a conservare nei momenti di solitudine.”
Entrambi i miei Capi sono a Milano nel pomeriggio. Venerdì il mio Capone ci porta fuori a pranzo. E’ proprio una brava persona. Non potrei avere un Responsabile migliore. Io ed i miei colleghi abbiamo deciso che questa volta paghiamo noi per lui. E’ sempre così accorto in queste cose e a noi fa tanto piacere. Addirittura i miei Capi si erano accordati di farmi un regalo per Natale, ma si sono capiti male, poverini, e così piuttosto che rischiare di non riuscire ad esprimermi il loro affetto e la loro considerazione ognuno ha provveduto anche per l’altro a prendermi lo stesso regalo!!! Non ci potevo credere… ieri ho ricevuto ben due regali da loro che ho molto gradito, davvero. Sono stata definita da qualcuno una: “passacarte” e so che chiunque potrebbe fare il mio mestiere. La differenza è che io ho l’ambizione di avere dei buoni rapporti umani con il maggior numero di persone possibili. E’ questo ciò che conta per me, è questo che mi aiuta a sopportare ed ad amare un lavoro che per molti è considerato noioso o svilente. Io non sento questo, almeno non sempre. Ricerco con ossessione l’armonia e questo esclude la prevaricazione e la competizione tra me ed i miei colleghi. Ieri pioveva… Stefano indossava un nuovo cappello. A me piaceva di più quello vecchio, ovviamente. Rendermi conto che ha mantenuto la sua abitudine di indossare il cappello quando piove mi ha provocato una stretta al cuore. Molti dei suoi, e non solo, si lamentano a voce sempre più alta di lui e del suo atteggiamento. Crea scontenti. Crea disastri e sono certa che non gli e ne importa nulla, ammesso che se ne renda conto. Continua a passarmi davanti ignorandomi. Ci faccio caso appena alla sua indifferenza. A lui no. Ed ecco la tristezza...




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15 dicembre 2006

come dio comanda



L’altra mattina dirigendomi al lavoro rimuginavo sul dilemma: “La mia vita è uno schifo perché il mondo è uno schifo? o viceversa?”. Il tempo era grigio e piovigginoso. Bofonchiavo come Don Abbondio in pagine ben più famose. Entrando in ufficio mi sono detta che dovevo reagire a questo mio stato d’animo. Basta alle mie paturnie!! I problemi sono tanti, altrettante sono le preoccupazioni, i pensieri ben di più… e non sono poi così diversa dagli altri. Beh, oddio… mi sono trovata di fronte il mio giovine Capo ufficio e qualche perplessità ha minato questa mia certezza. Lui spesso si spazientisce e mi dice: “Perché mi guardi con quella faccia come se ti stessi chiedendo chissà che cosa…”. In realtà la mia espressione interrogativa è dovuta al fatto di non riuscire mai a capire quanto dista il mio pianeta dal suo. Certo lui sta sulla terra e si vede, quindi probabilmente sono io interstellare e pertanto sono indotta a considerarlo un tipetto di non facile comprensione. Un po’ alieno, insomma. Scherzo naturalmente. In realtà il mio giovane Capo ufficio è un essere normale con due braccia e due gambe, un naso ed una bocca ed una capoccetta convenzionale che funziona anche se a modo suo. Era iniziata così: monocorde, la mia giornata lavorativa. Verso metà mattina c’è stato un andirivieni di persone più o meno note ed è arrivato anche – Lui - qui per rispetto chiamato: il Capo del mio giovane Capo ufficio. Il Massimo Capo. Appunto. Lui non passa spesso per questa sua area di competenza. Non è facile dunque incontrarlo. Per me, poi, quasi impossibile rivolgergli la parola. Possiamo anche salutarci con un “ciao” ma io non posso, considerata la mia posizione, per educazione ed usanza consolidata rilvolgermi a Lui per prima tranne, forse, per questioni di lavoro. Lui, del resto, è un uomo schivo, riservato e di poche parole. E’ diretto, se ha qualcosa da dire la dice. Punto. Questa è una dote che ho sempre apprezzato molto sia negli uomini sia nelle donne. Ma Lui è anche arguto, ironico. Con una battuta: riassume. Non è un uomo – brillante – e/o – spiritoso, no, ma sa essere una compagnia molto piacevole, poiché è uno dei rarissimi uomini che non dice ovvietà. E’ l’unica persona in tutta l’azienda con cui riesco a scambiare poche parole, purtroppo, su letteratura, cinema e musica. Fortunatamente non abbiamo gli stessi gusti e così, per stima, ho riletto N. Hornby ed ho conosciuto Lansdale. Lui aveva già letto “Il cacciatore di aquiloni” ancora prima che io ne avessi sentito parlare. Ne sa più di me, certo. Tra le persone che conosco Lui è in vantaggio. E lo è in pratica su quasi tutte le cose che mi interessano. Dicevo: il nostro Massimo Capo è un uomo di poche parole. Lui è un uomo di gesti. A fine novembre ci ha regalato, da tenere in ufficio, un calendario dell’avvento e mesi fa mi aveva inviato una mail con autori e titoli di libri che mi consigliava di leggere. Lunedì scorso mentre usciva dall’ufficio del mio giovane Capo si è rivolto, sorprendentemente, verso di me e con fare distratto ha detto: ”…ti ho portato il libro che ti avevo promesso, quello di Ammaniti…”. Va ricordato, per dovere di cronaca, che io sono una imbranata totale. Con le persone verso cui nutro stima e apprezzamento (intellettuale) riesco a fare delle figuracce memorabili… che a descriverle ci sarebbe da vergognarsi; chessò… m’imbalbetto mentre parlo, mi cascano le cose di mano, dico delle parole mentre vorrei dirne altre, mi scivola il telefono mentre sto parlando… insomma divento temporaneamente disconnessa mentalmente. Forse è la timidezza… bah… insomma, non so che mi prende, e così in quel momento ho fatto una espressione da idiota=sorpresa ed ho farfugliato un: “Se vuoi me lo vengo a prendere…”. Lui ha fatto un gesto con la mano continuando a camminare velocemente come a dire: “lascia stare”. Nel pomeriggio il (suo) libro mi è arrivato tramite posta interna. Ho tenuto il libro in mano trepidante. 500 pagine scritte da Nicolò Ammaniti dopo cinque anni di silenzio. Questo gesto del mio Massimo Capo è da appuntare nel mio catalogo delle gentilezze che in questi ultimi giorni non si è riempito di immagini nuove ed è rimasto abbandonato in un angolo remoto di me. Il giorno dopo, martedì 5 dicembre, per non so quale congiunzione astrale favorevole il mio Massimo Capo è passato nuovamente per il nostro ufficio. Si è rivolto a me giusto il tempo per dirmi che quella sera Nicolò Ammaniti avrebbe per-so-nal-men-te presentato il suo ultimo romanzo presso Palazzo Bomben, a Treviso. A Treviso !! Alle 21.00… Ho chiamato mio figlio Mattia per chiedergli se aveva voglia di venire con me ad ascoltarlo, considerato che per scuola deve leggere “Io non ho paura” ed è prevista la proiezione al cineforum del liceo dell’omonimo film di Salvatores… mi ha risposto che non ci pensava proprio ma che io sarei potuta andare beniìssssimo… e che quella sera lui ed il fratello se ne sarebbero rimasti da soli a casa buoni-buoni (mancava solo: parola di lupetto). Mi dispiaceva lasciarli a casa da soli… quindi ho trascorso la giornata dibattendomi tra: vado ! e …non vado. Tutto ciò che è seguito alle ore 18.00 di quella sera, rimarrà unito al ricordo di Nicolò Ammaniti per sempre. La giornata svanisce nella sera, quando esco dall’ufficio. A quell’ora io sono letteralmente – centrifugata - sono fatta come un calzino da montagna usato da quattro giorni: da buttare. Lo ero anche quella sera. Mi stavo per fermare al supermercato per procacciare qualcosa di economico e trangugiabile per cena quando, prima di scendere dalla twingo, ho sentito suonare il cellulare. Esitazione. Che fosse il dentista che mi ricerca da mesi? poteva essere il mio giovine Capo che aveva bisogno di qualcosa? O l’altro mio Capo? Potevano essere i miei ragazzi che volevano comprata la coca cola…. Dovevo rispondere; era il vicino del piano di sotto… il finanziere, ovvero Psyco2 la vendetta, che ha iniziato la solita menata sul chiasso prodotto da mio figlio Francesco e dai suoi amichetti mentre io non ci sono. Ha infierito dicendo che sono una madre che non si fa rispettare, che loro mi prendono in giro, che non hanno rispetto per niente e per nessuno, e che così non si può continuare, che si rivolgerà ad un avvocato, che presto me li vedrò portare a casa da un’auto della polizia perché sono dei delinquenti, che gli dispiaceva per me perché mi vuole tanto bene, ma io non sono in grado di educare i miei figli. Io: <<trave della mia casa, fuoco del mio focolare>>. E blah blah… e blah blah blà ! Concitato, arrabbiato, presuntuoso. Purtroppo, ha ragione. Sentivo la rabbia che dallo stomaco risaliva alla testa. Non ho comprato la coca cola. Arrivata a casa ho sollevato due metri da terra i miei figli. Non tanto e non solo perché avevano giocato l’ennesimo torneo di calcio in casa, ma soprattutto perché Francesco mi aveva disubbidito portando su gli amici quando gli avevo detto di farli venire a casa solo dopo le 18.15. Contemporaneamente Mattia stava piagnucolando che non aveva fatto la versione di latino perché non era capace (n.d.t. 30 euro l’ora il suo insegnante di latino !). Erano oramai le 19.00 e pensavo dentro di me: “non ce la farò mai”. Ero tuonata, zompettavo da un piede all’altro, percorsa da scariche nervose; perché ogni santa sera ce n'è una, sempre una !! E mai una buona. Rabbiosa ho infilato tre pizze congelate in forno. Ho preso i libri di latino di Mattia e gli ho detto: “Tu non ci hai nemmeno provato! ora ci mettiamo insieme e proviamo a farla ‘sta cazzo di versione, parola per parola, voglio proprio vedere io… non esiste al mondo! …e per punizione mi accompagnate a sentire Ammaniti e chissà che l’illuminazione della cultura vi colga” (n.d.t. io di latino non mi ricordo una mazza proprio). E così fu. Mattia ha confezionato una specie di traduzione, Francesco ha subito la sua punizione (distacco della playstation sino al 23 dicembre e reclusione di tre giorni) e si è vestito, abbiamo ingurgitato la pizza ed alle 20.00 esatte siamo schizzati fuori di casa direzione Ammaniti. Ho pregato perché la twingo recalcitrante andasse in moto e ho guidato zigzagando finché non ho infilato il primo posteggio libero in piazza. Alle 20.20 circa facevamo la nostra anonima entrata nell’auditorium di Palazzo Bomben. Questo palazzo storico trevigiano è un bellissimo centro di iniziative culturali tra le più varie. L’auditorium è piccolissimo ma sufficiente per ospitare la Treviso-bene e – qualche altro. Beh… quella sera c’eravamo anche noi e un bel po’ di gente che conosco di vista. C’era anche il mio libraio di fiducia! Il mio Massimo Capo era già lì seduto con l’espressione di chi là, ci sta da sempre. Mi ha chiamato per salutarmi e mentre volteggiavo farneticante nel tentativo di piazzare i miei ragazzi da qualche parte l’ho salutato anche io. Volevo aggiungere qualcosa… intrattenermi. Lui mi ha detto: “Sai da fumo” (me lo dice spesso) gli ho opposto un: “Sapessi che corsa…”. Ho aggiunto che avevo il suo libro in borsa e che se avessi trovato il coraggio alla fine sarei andata a farmi fare l’autografo. Uscita infelice: avrei dovuto farlo e basta. Lui mi ha detto di darglielo e che se lo sarebbe fatto firmare lui stesso. Ho rovistato nella mia borsa e esitante gli ho porto il – suo – libro aggiungendo un patetico: “Mi raccomando… restituiscimelo”. Dopo questa… mi sono andata a sedere tra i miei figli che avevano espressioni miste sul viso. La gente stentava a trovare posto, parlottava ed il brusio riempiva l’aria mischiandosi ai vari olezzi delle signore acquattate nelle poltroncine, c’era attesa. Anzi, c’era una profumata e falsamente distratta attesa. Sul minuscolo palco due poltroncine. Nicolò Ammaniti non sarebbe stato solo, ovviamente. Di fatti poco dopo sono entrati una ragazza e un ragazzo. Ammaniti è un uomo con l’aria da ragazzo. E’ del ’66, romano (parlava con la stessa cadenza del mio amico Godai). Esteticamente un uomo qualunque. Uno di quelli che puoi incontrare in fila alle poste o al Tocai Bubù. Capelli cortissimi, barbetta di tre giorni, maglione casual bordeaux, calzoni di velluto, calzini scesi su scarpe di quelle che vanno adesso: da ginnastica da passeggio. Mani e viso mobili, espressivi. Insomma, l’archetipo del mio uomo ideale (credo di molte comunque) e davvero durante la serata ho fatto molta fatica ad impormi di ricordare che anche lui caga e piscia come tutti. L’incontro è iniziato con alcune scene di “Io non ho paura” il romanzo che lo ha reso noto ai più. Io da mo’ che lo conoscevo… già dai tempi di “Ti prendo e ti porto via” e “Branchie” di cui l’autore ha parlato durante la serata. C’era anche Tiziano Scarpa (mitico) seduto tra il pubblico. E’ stato proprio attraverso Tiziano Scarpa ed Aldo Nove che ho potuto leggere Ammaniti. L’autore ha proseguito raccontando aneddoti di se, dei suoi percorsi di scrittura, di come non tema la – pagina bianca – e della sofferenza che gli provoca il desiderio di scrivere; ha fatto accenno alla suo soggiorno, tempo fa, a Treviso presso Fabrica; ha parlato dei film prodotti - e non - dai suoi testi. E lo ha fatto come scrive: in maniera ironica. Ha detto che conduce una vita “normale” quasi noiosa, di cui non varrebbe certo la pena scrivere. Anche se io non direi “normale” passare mesi al mare giocando alla playstation con Tiziano Scarpa e frequentare amici d’infanzia (che provasse a lavorare in fabbrica…). Ha aggiunto che alle feste non si diverte o meglio si diverte per induzione, assorbe l’energia degli altri che si divertono (ed in questo siamo simili). Trascorsa un’ora in cinque minuti è arrivato il momento degli interventi e delle domande. In platea è calato il tradizionale silenzio. Nel frattempo pensavo a tutte le cose che avrei voluto sapere di lui, pensavo che un’altra occasione così… figuriamoci, ma il panico da palcoscenico mi bloccava, il ricordo di quella volta… ohmioddio !! Beh… avevo 6 anni, ero in collegio e con una compagna dovevo recitare una scena, un dialogo di Goldoni, ero vestita da damina e mi mancava pure qualche dente davanti. Il pubblico ai miei piedi era un mare nero ed agitato… alle prime battute della mia amichetta ricordo di averla guardata con un sorriso e di aver iniziato a ridere, ma a ridere senza più riuscire a fermarmi. Tre giorni di sospensione dal collegio. Un trauma. Apparte questa digressione… ho sussurrato a Mattia che volevo fare ad Ammaniti delle domande… mio figlio mi ha guardato atterrito, ripeteva: “No… no… ti prego” (forse temeva che gli volessi chiedere se era già sposato) poi vedendo la piega risoluta della mia bocca, mi ha chiesto quali domande volevo fargli. Rassegnato mi ha detto: “vabbé…”. Ho alzato la manina, acchiappato il microfono che la gentile signorina mi porgeva e con un solo tiro di fiato ho rivolto le mie domande a Niccolò Ammaniti. E lui mi ha risposto. So che nel 1995 Niccolò Ammaniti ha scritto con il padre, Massimo, noto docente di psicologia dell’età evolutiva, il libro: “Nel nome del figlio”. Un saggio sulla crescita, un botta e risposta tra padre e figlio. Testo interessante per chi, come me, sull’adolescenza – deve – conoscere e comprendere. Tutti i romanzi di Ammaniti hanno per protagonisti bambini adolescenti ed è per questo che gli ho rivolto la prima domanda chiedendogli qual è il messaggio che lui vuole lasciare ai giovani. Ammaniti ha stretto ed incurvato le labbra, spalancando le mani e ha espresso un vago: “Boh… nessuno… ma possiamo trovarlo insieme… forse… forse… che i ragazzi devono impegnarsi, faticare per ottenere qualcosa…”. Terminata la sua non-risposta, mio figlio Mattia si è portato le mani al viso ed mi ha sussurrato ghignando: ”Meno male che non è venuta la mia prof. d’italiano ! ci sarebbe rimasta malissimo… “. Da poco ho terminato la lettura, molto interessante, di un libricino edito dalla Minimum fax, scritto da Francesco Piccolo: “Scrivere è un tic – I metodi degli scrittori” in cui sono descritti riti, manie, abitudini, rituali di alcuni grandi scrittori per il compimento delle loro opere. Ho rivolto quindi ad Ammaniti la mia curiosità di sapere se anche lui asseconda abitudini personali nel suo lavoro. Ha risposto che scrive preferibilmente di mattina, ma non segue un ordine preciso… ha diverse storie in testa, molti titoli, scrive quando si sente di scrivere, per lui è una necessità, che diventa esigenza in prossimità della data di consegna di un suo testo alla casa editrice.  Avrei voluto domandargli se è ancora possibile parlare, a distanza di anni, della corrente letteraria dei - nevroromantici – a cui hanno dato vita lui, Tiziano Scarpa, Aldo Nove ed altri. Non ne ho avuto la possibilità. Dopo circa un quarto d’ora gli interventi erano conclusi e l’autore si è alzato per salutarci. I miei figli si sono sparati fuori ed io con un pezzetto di carta in mano mi sono messa in coda insieme con gli altri per avere il suo autografo. Il mio Massimo Capo era avanti a me con il suo libro che, in questo momento, è qui accanto a me. Quando è arrivato il mio turno mi sono chinata verso Ammaniti che meccanicamente firmava autografi. Il mio naso distava 5 centimetri dal suo: aveva le occhiaie, l’aria stanca, lo sguardo un po’ assente come quello di chi è costretto a qualcosa per l’ennesima volta. Ma nulla nel viso tradiva il suo fascino naturale, nulla del suo corpo negava la bellezza, per come la intendo io. Il calore della sua bellezza.  Mi sono allontanata facendomi largo tra la gente guadagnandomi l’uscita. Il mio Massimo Capo mi è venuto incontro, ricordo la sua immagine mentre avanza, mi ha reso il libro e nello stesso tempo ci siamo salutati senza aggiungere altro. Non ho avuto tempo per soffermarmi su questa tristezza. Non so nemmeno se riuscirò mai a separarla da Lui. I miei figli mi attendevano fuori. Ho detto loro: “Beh ??…”. Sono stati entrambi concordi nell’affermare che Ammaniti è: uno a cui è andata bene. Erano le 22.30 circa, dondolando pigramente ci siamo avviati al posteggio. La notte rendeva suggestivi i vicoli della mia città addormentata. Camminavamo sbandando e ciarlando nel buio reso intermittente dalle luci delle vetrine. La sensazione di condivisione, di unione, di famiglia, di non-abbandono e non-qualsiasi cosa brutta, aveva preso il sopravvento sulla tristezza del momento accantonato poco prima. Stavo bene, insomma. Sono passati diversi giorni da quella sera e solo da poco mi sono resa conto che, forse per la prima volta, ho un ricordo in cui Stefano non è presente attraverso un pensiero, un’immagine della memoria, un moto di nostalgia o di rimpianto o di desiderio. Sono sbalordita della mia inconsapevolezza riguardo a questa mancanza. Considero Ammaniti una delle migliori “penne” italiane del momento. E va sostenuto. Ammaniti non si presta a fare il – divo – l’abbiamo visto anche da Fazio, ma ad essere un - grande - ci riesce benissimo, sia che scriva romanzi, sia che faccia lo sceneggiatore o il fumettista. Il suo romanzo “come dio comanda” (il titolo mi piace molto, l’associo al “con le peggiori intenzioni” di Piperno o “come una bestia feroce” di Edward Bunker) ha la particolare capacità di coinvolgere chi legge, la trama è incalzante, le vicende si susseguono senza annoiare e in questo l’originale struttura del testo aiuta. Pochi sanno scrivere belle storie. Riassumerla mi pare superfluo: chi l’ha già letto certamente ne trattiene il ricordo e per chi non l’ha letto… beh, sarà una bella sorpresa. I sentimenti sono forti. La descrizione dei personaggi esclude dettagli psicologici, ma in questo caso non lo giudico una – superficialità. E’ pieno di significato, invece, il rapporto di tutti i protagonisti con la religione. Ognuno a modo suo. E’ la discesa agli inferi dei perdenti che si contrappone all’indifferenza del mondo che li circonda. Ammaniti racconta di una realtà che noi tutti vediamo bene, o fingiamo di non vedere per comodo: desolate periferie, situazioni estreme, squallido quotidiano tra centri commerciali, telefonini, motorini. tv… che non nascondono la solitudine forzata, il silenzio, l’abbandono di molti. Di molti bambini. I critici sono sempre pronti a giudicare lo “stile letterario”, il linguaggio dell’autore, il suo “vocabolario”, sono pronti a condannare chi non rispetta la grammatica, gli aggettivi. Io stessa lo faccio e lo ammetto. E’ un vecchio retaggio del mio lavoro di correttrice di bozze, forse. Ma ci sono casi in cui non rispettare le regole diventa una questione di stile. Saramago può permettersi il vezzo delle iniziali in minuscolo dopo il punto. Per il resto è perfetto. I personaggi di questo romanzo non potevano  esprimersi che con il loro linguaggio. Volgare ? …e perché ? E’ il nostro occhio che vede. Ammaniti non è Dickens, né Pasolini come vorrebbe il giornalista D’Orrico, non ha gli incipit alla Proust. Non credo alle citate somiglianze tra lui e altri grandi autori, alla loro possibile influenza. Ho il sospetto però che la storia occhieggi al cinema e questo non mi piace. Rimpiango lo scrittore di “Ti prendo e ti porto via” e di “Io non ho paura” lontano dai riflettori e così vicino alla letteratura. Ma questo romanzo mi ha regalato suggestioni e ha lasciato in me emozioni. Alla letteratura chiedo anche questo. Domani, durante la giornata, restituirò il libro al mio Massimo Capo. Non so ancora come, so solo che non sarà possibile trasferire a Lui, nel rispettoso silenzio, tutti i miei pensieri, i miei ringraziamenti, il senso “vero” per <<dovere e vocazione di negare l’insignificanza  (*)>>, limpido ed inviolabile, prodotto dal suo gesto inconsapevole. Talvolta la vita consegna doni.

 

“il mondo e quanto esso contiene non è poi quel poco che la gente crede” (*Josè Saramago)




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5 dicembre 2006

Mercoledì 22 novembre 2006

Il coraggio dei sentimenti

 

(Intanto, questa mattina ero ferma in macchina ad un semaforo manipolando il mio mp3 e all’improvviso sento battere sul finestrino. Ho fatto un zompo trovandomi a faccia a faccia con uno sconosciuto che gesticolando mi indicava la mia ruota: “hai la gomma a terra” urlava.)

 

Talvolta capita che mio figlio Mattia mi chieda di accompagnarlo a scuola. Ed è per me una fortuna. Qualche minuto rubato alla giornata solo per noi due, da soli, mi sembrano davvero un privilegio. Quando arriviamo all’incrocio della scuola, prima di scendere, si lascia baciare. Con un gesto della mano tutto suo si scosta i capelli dagli occhi. Ci scambiamo saluti in modo moderno, confidenziale. Lo guardo, mentre attraversa la strada, pochi attimi prima di ripartire. Guardo mio figlio. Ed ha i pantaloni troppo larghi, troppo scesi; la felpa troppo ampia, troppo lunga; le scarpe da ginnastica e il suo giubbotto beige perennemente aperto. Il vecchio zaino sulle spalle, ancora quello delle medie, è l’unico segno di una infanzia apparentemente passata. Oggi, prima che scendesse dalla macchina, gli ho appoggiato una mano sulla gamba e gli ho detto: “Macchè hai nella tasca ?” Mattia con fare indolente ha tirato fuori le cuffiette dell’mp3 e 3 penne bic. “Mi dici sempre che no ho la penna…” ha risposto. E’ questo che mio figlio ha nelle tasche. Nel giubbotto niente, nel portafoglio solo la carta d’identità, nello zaino le cose di scuola e nemmeno tutte quelle che gli servono. Ieri, martedì 21, Carlo ed io siamo andati a colloquio con la Preside del liceo di nostro figlio. Ci ha convocato, come già l’anno scorso, per il suo scarso rendimento e soprattutto per il suo comportamento. Solitamente vado sempre sola ai ricevimenti degli insegnanti e ai vari colloqui scolastici o di altro genere, ma questa volta sono stata molto contenta che suo padre fosse presente. La Preside ha iniziato raccontandoci del dialogo avuto con Mattia una decina di giorni fa in merito al suo atteggiamento che per convenzione (non per convinzione) chiamerò: “da bullo” anche se credo che nel caso di Mattia il significato di questo termine sia davvero esagerato. La Preside ci dice che Mattia si distingue nelle materie prettamente scientifiche ma è tragicamente insufficiente in quelle letterarie. Lo sapevamo. Ci ha consigliato un professore di latino. La Preside ha continuato dicendoci che Mattia dall’inizio dell’anno ha stretto amicizia con un compagno di classe con cui condivide la sua passione per la musica rap and R&B e che entrambi ne discutono durante le ore di lezione. Lo sapevamo, anzi sappiamo pure che scrive dei testi e compone delle basi. Il compagno sta andando male a scuola e la Preside gli ha parlato prima di parlare con Mattia. Non lo sapevamo. La Preside ha continuato dicendo che nostro figlio fuma, fuma molto. Lo sapevamo. Cioè, sapevamo che fuma fuori casa, con gli amici. Non sapevamo che fumasse – molto. In tutti i modi abbiamo cercato con ampie argomentazioni di dissuaderlo dal continuare a fumare, almeno fino alla maggiore età, ma è difficile per noi che siamo fumatori e quindi un pessimo esempio. Quello che ci ha inquietato è il non sapere dove prende le sigarette e con quali soldi visto che noi soldi – in più – non gli e ne diamo mai. Io guardavo Carlo e Carlo guardava la Preside che esitante ha continuato dicendoci che c’era qualcosa di più grave che doveva dirci. La Preside tentennava, cercava le parole, indugiava. Noi la esortavamo a parlare, a non lasciarci nell’ansia che ci aveva colto all’improvviso. Il silenzio si era fatto pesante, freddo, eravamo come sospesi; noi la guardavamo con occhi sgranati e lei farfugliava qualcosa che non riuscivamo a sentire. In ritardo afferravamo il senso delle sue parole, come in un film quando l’audio non coincide con l’immagine che si vede sullo schermo. Alla Preside sono giunte delle “voci”, lei stessa ha affermato di non avere alcuna prova oggettiva; pare che, durante il periodo delle fiere di San Luca, la classe stesse organizzando una uscita per andarci; pare che “qualcuno” abbia chiesto a mio figlio se sarebbe andato quel giorno alle fiere con loro. Mattia avrebbe risposto esattamente: “non so… dipende, dipende da quanto guadagno” al che quel “qualcuno” ha insistito per sapere qual’era l’origine dei suoi guadagni e mio figlio avrebbe  risposto: “dipende da quante bustine riesco a vendere”. A questa affermazione della Preside io mi sono voltata verso Carlo in cerca di sostegno, avevo la testa piena di zanzare che ronzavano, mi è uscito un risolino isterico e una battuta idiota: “bustine??… di figurine, forse”. Tutto ciò che ci siamo detti in seguito a questo credo non occorra scriverlo per ricordarlo. Siamo usciti promettendo alla Preside un maggiore controllo su Mattia, un futuro incontro con lei per aggiornarla. La Preside - solerte - ci ha detto che lei stessa si sarebbe preoccupata di verificare queste “voci” poiché riteneva che se fossero risultate vere nostro figlio sarebbe risultato essere “elemento pericoloso per se stesso e per gli altri”. Con il cuore gonfio di mille emozioni: contraddittorie, incredule, dubbiose, terifficanti, dolcissime, sospettose, piene di rabbia e piene d’amore, siamo risaliti in macchina ed in silenzio siamo rientrati ognuno al suo lavoro. La sera a casa di queste “voci” non abbiamo detto nulla a nostro figlio. Desidero ringraziare il mio amico e collega Marco per avermi consigliato cosa dire. Devo e voglio ringraziare tutti-tutti i miei amici di lavoro che mi hanno sopportato, anzi supportato, in questi giorni terribili. Indescrivibili. Anche il mio giovane Capo ufficio, anche Marta e Gabriele e Giulia, Chiara, Stefania… e tanti tanti altri che si sono stretti a cerchio e mi hanno dimostrato tanta solidarietà.




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21 novembre 2006

Desiderio

        " ...solo il tuo cuore ardente e niente più"
Rafal Olbinski "Charismatic Impulse"                                                                                  (Federico Garcia Lorca)

Ti sono stata accanto così vicino, così vicino, come da anni non accadeva. Ti ho chiamato per nome... amore mio.




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17 novembre 2006

La penultima interpretazione della realtà

Sì che va meglio ma ti ho cercata comunque sia
Solo per dirti che mi dispiace che non sei più mia
Ma ogni storia ha un suo destino e il nostro è questo qua
e anche se lo accetto io so che
Solo lei mi ha, solo lei mi da
É lei che mi scorre
Solo lei lo fa,
Solo lei mi ha, solo lei mi da
lei mi trasporta, solo lei lo fa

Capita, no ?, di svegliarsi alla mattina con una canzone in testa. Un motivo che si ripete e si ripete, riprende da un punto, salta al ritornello, si zittisce per poco, poi riespolode ad un volume interno da concerto. La colonna sonora di questa mia giornata. E sono giorni che non mi sento bene, se va avanti così mi sa che la patente non me la rinnovano… da domenica ho due o tre ipoglicemie al giorno. In pratica ho il cervello fritto, la faccia gialla e certamente inguardabile. Non si contano le volte che ieri, proprio ieri !! Stefano ha fatto passerella davanti a me. Quindi oltre a sentirmi male fisicamente mi sento anche come Cenerentola quando ancora non sapeva che fine avrebbe fatto.

Sì che va meglio
Ma ho conosciuto giorni migliori
Quando credevo che in molte cose fossimo uguali
Ma ogni uomo fa un percorso ed io mi fermo qua
E anche se lo accetto io so che
Solo lei mi ha, solo lei mi da
È lei che mi scorre
Solo lei lo fa,
Solo lei mi ha, solo lei mi da
Lei mi trasporta, solo lei lo fa

Questa settimana comunque sono riuscita a fare di tutto. Ma veramente !! Al lavoro in questi giorni c’è un po’ di agitazione: L’A.D. ed il C.F.O. si sono dimessi. Il vertice trema. Ho giocato anche i loro numeri al lotto ma non ho vinto niente. Che sfiga… speravo di riuscire a pagare almeno la bolletta del gas. I miei due Capi sono molto impegnati e stiamo tutti lavorando molto, sono giorni un po’ pesanti e pieni di tensione per tanti motivi. Delle volte mi domando… chissà se tra una telefonata e l’altra, tra una chiacchera e l’altra, tra una personale interpretazione degli ultimi eventi che riguardano il lavoro e quant’altro, i miei Capi parleranno anche di me… se così fosse mi piacerebbe che lo facessero con indulgenza, brevemente, magari piegando un poco la testa di lato come si fa quando l’immagine di una persona cara ci passa davanti e facendo seguire alle poche parole un silenzio di attimi. E’ così che io talvolta mi scopro a parlare di loro. Non riesco ad essere obbiettiva. Ho la cecità di una minorenne biologicamente predisposta all’influenza affettiva. Molte volte faccio dello spirito su di loro, con il sarcasmo che mi permette la confidenza. Del resto sono entrambi persone singolari, su cui si potrebbe scrivere un romanzo o riempire una moleskine di aneddoti che li riguardano.

Mi hanno detto che per strada camminavi sola
E che la vita scorre ma non ti sorride ancora
e hai anche tu la tua ferita
Solo lei mi da è lei che mi scorre
Solo lei lo fa.
Solo lei mi ha, solo lei mi da
Lei mi trasporta, solo lei lo fa
Solo lei lo fa
Solo lei mi da

Oggi è venerdì 17 e si vede ! Non si prospetta un gran fine settimana. Direi che non si prospetta proprio nulla. Vorrei raccontare le ultime di mio figlio Mattia e scrivere per ricordare di mio figlio Francesco. Troverò il tempo per farlo nel modo migliore possibile, ma ora sono troppo stanca. La stanchezza mi rende malinconica. Il mio Giovane ha ripreso a connettersi con me. La sua ingenuità mi disarma. La sicurezza delle sue affermazioni, forse per invidia poiché anche io ero così alla su età, mi irrita. Mi chiede quali sono le differenze tra me e le sue giovani amiche. Sorrido e svicolo rispondendogli che sarebbe troppo lungo elencare le differenze. Uffa, però è così carino… Ora basta, cambio canzone… vediamo Sugarfree… Sugarfree…

E sono spento
e muoio dentro
se solo avessi
una briciola di te
per quel che mangio
per quel che voglio
mi sazieresti con un pò di te
Non chiedo altro
non chiedo tanto
solo una briciola di te

La mia amica Stefania mi fa cappottare dal ridere !! Parlo con lei, fumando una sigaretta, la sua interpretazione delle cose mi lascia sempre a bocca aperta. E’ una giusta, davvero.

Non ho più te di fronte a me c'è una nebbia da diradare
Non ho più te e quel che c'è è una vita da reinventare
E malinconici... quei pensieri di ieri che non vanno via
Non ho più te...

Stefano mi manca tanto… lo so sono una lagna, lagnosa ma è così. Rovisto un poco nella mente per cercare un pensiero positivo. Ci deve essere… basta guardare bene come nel fondo della mia borsa che alla fine tra tante cose una caramella salta sempre fuori…

faccio sogni perpendicolari a te che nei ricordi continui a luccicare
seguo strade sempre parallele a te
che ad ogni incrocio ti vedo accellerare...
pur di averti qui non so come fare
per poterti ricreare
pur di averti qui non so cosa dire per farti riapparire...
costruisco i miei giorni intorno a te
ma in questi giorni manca l'essenziale
concepisco un pensiero su di te
che prende forma con l'immaginazione
pur di averti qui non so come fare
per poterti ricreare
pur di averti qui non so cosa dire
per farti riapparire
non lasciarti andare
non lasciarti
cosa fare come stare non lo so e cosa dirti per stupirti perchè no ...
non fermarti lascia solo che io ti porti via
pur di averti qui




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16 novembre 2006

Mondo Marcio

QUESTA E’
…questa è…
LA MIA VITA E NON C'E’
…e non c'è…
NESSUNA VIA D'USCITA




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27 ottobre 2006

E' uno di quei giorni in cui...

Bisogna avere il buon senso, il coraggio, di arrendersi perchè il volo si fa difficile, pericoloso. Bisogna avere la capacità di rimettere i piedi a terra e guardare in faccia la realtà delle cose. Abbandonare con nostalgia il gioco. Questa è una mattina grigia e nebbiosa. Non è la primavera che nei giorni scorsi percepivo nel cuore. La mia primavera l’ho avuta e perduta; non potrà mai più tornare. Adesso è facile abbandonarsi nuovamente e ritornare al consolante vecchio dolore. Almeno quello lo so gestire. Lo sento e non mi spaventa più. Guardo la gente vivere… e mi sento un’idiota per tutte quelle volte che ho osato sperare di riuscirci anche io. Anche quest’ultima delusione passerà, mi dico, la vita continua per quello che è. Ci sono cose che devo fare. La mia macchina è ferma da giorni, devo trovare il tempo di andare dal meccanico, spero solo che non sia una cosa seria come l’altro mese che si era rotta la pompa dell’acqua. Domani mattina devo andare al liceo a colloquio con due professoresse di Mattia (inglese e latino/storia) devo riuscire a comunicare costruttivamente con loro. Non sarà facile perché sono le materie di cui ha conservato il debito. Carlo non potrà accompagnarmi, è molto influenzato. Oggi non ha voluto saperne ed è andato ugualmente al lavoro. Ieri sera aveva la febbre. Ha voluto accompagnare lo stesso Mattia alle 19.30 alla sua lezione del corso arbitri che ha iniziato a frequentare ed è andato a riprenderlo alle 21.30. Poi è svenuto sul divano. Mi spiace molto che sia ammalato. Ieri era il suo compleanno. A parte suo fratello Andrea e i loro genitori, nessuno lo aveva cercato ed allora quando è uscito ho chiamato i nostri nipoti e la zia Papera per ricordare loro di fare gli auguri allo zio. Così hanno fatto e lui era contento. So bene che lui nemmeno si ricordava che era il suo compleanno e che non tiene a queste cose ma, sotto sotto, io sono certa che gli abbia fatto tanto piacere. A volte basta poco. Mattia oggi è andato con la scuola a Crespano del Grappa a fare la prova pratica di “orientiring”, ha seguito il corso al liceo ed oggi sono partiti… Mattia mi sembrava preoccupato. Da quanto ho capito: li lasceranno in un bosco, con la bussola ed una mappa e a gruppi di due dovranno riuscire a venirne fuori. Con questa nebbia speriamo bene. Già ieri sera fervevano i preparativi. Io che riesco a perdermi anche nel centro di Treviso, figuriamoci, considero questa una vera prova di sopravvivenza… Quello che più mi preoccupa è che non sforzi il ginocchio che gli fa tanto male. Il giorno 8 novembre devo accompagnarlo in ospedale a fare una ecografia al ginocchio, il nostro medico curante sospetta un “tendine sfilacciato” e già mi viene male… la sera stessa devo portarlo a fare la visita dal medico sportivo per avere il certificato per l'attività agonistica. Devo anche impegnarmi e andare a fare i miei esami del sangue e le visite per il rinnovo della patente che scade ai primi di dicembre. I risultati spero siano migliori dei precedenti se no mi sa che il medico del centro anti diabetico non mi rilascerà il rinnovo. Questo sarebbe davvero un grande problema per me! Lunedì 30 e martedì 31 ottobre sarò a casa in ferie. I miei ragazzi fanno ponte con il primo novembre e sono a casa da scuola. Del resto avanzo ancora tanti giorni di ferie… davvero non riusciò mai a farli tutti anche perché il mio capo ufficio proprio non ci sente a tal proposito. Mi farà bene allontanarmi per qualche giorno e ritirarmi a vita privata. Rientrerò nello standard giornaliero: pulizie di casa; cucina; stiro; compiti da fare… sarò “Capitan uncinetto” come dicono i miei, forse riuscirò a dedicarmi alla lettura verso sera. Se mi va bene. Vorrei iniziare il mio studio su J.L. Borges. Rientrare nell’ordinario azzererà le sciocche vaghe emozioni dei giorni passati. Vedere l’alba delle passioni non è un diritto, è un privilegio. Il bisogno di assoluto non è una prerogativa esclusiva dell’età giovanile, purtroppo. Assistere al tramonto delle passioni invece è inevitabile e triste. E in questo mio caso pure: patetico. Dalla scorsa settimana il mio amico del cuore, un amico che ritenevo imperdibile, si è dileguato dentro un silenzio inspiegabile nonostante i miei solleciti. Devo accettare senza comprendere l’incoerenza dell’animo umano, la volubilità. La temporaneità dell’esistere è pari a quella delle emozioni. Soprattutto quelle degli altri!! Da questa generica definizione mi chiamo fuori, comunque. No, io non sento così. E’ quasi puntiglioso, ostinato, il mio perdurare negli affetti. Il silenzio che esclude fa più male a chi lo riceve che a chi ci si chiude dentro volontariamente per motivi suoi. Il Ragazzo si mantiene a distanza, ora. Mi ignora. Non mantiene più nemmeno quei comportamenti di cortesia che spontaneamente si sviluppano in gruppo. Eppure se penso agli ultimi pochi giorni trascorsi sono serena nel ritenere di essermi comportata in maniera misuratamente amichevole, come si conviene. La delusione che segue a questo cambiamento da parte sua mi rattrista molto ma, forse, era prevedibile. Martedì 24 scorso ho incontrato il prof. C.Osti del Centro di Orientamento Professionale. Mesi fa avevo avuto indicazione che funzionava a Treviso questo Centro a cui i ragazzi che frequentano le medie o le superiori potevano rivolgersi per poter scegliere l’indirizzo scolastico che meglio risponde alle loro inclinazioni. Il test orientativo che Mattia aveva fatto in terza media indicavano una scuola di indirizzo scientifico e a lungo termine. Dopo il primo consiglio di classe mi sono decisa a rivolgermi a questo Centro. Ho fatto i salti mortali per recuperare l’indirizzo ed avere anche solo il primo colloquio telefonico con il Prof. Osti. Dopo una trafila di telefonate, fax e mail… alla fine ci sono riuscita.  E’ stato molto interessante avere un altro punto di vista sulla condizione di mio figlio quindicenne. Con la mia dottoressa affrontiamo spessissimo l’argomento: educazione dei miei figli ma, desideravo avere un’opinione ulteriore da chi non mi conosceva così bene e che è così esperto delle problematiche giovanili e scolastiche. Abbiamo discusso per un paio di ore, valutato tutte le sue pagelle, gli ho “raccontato” Mattia sforzandomi di essere il più obiettiva possibile. Siamo entrambi concordi che il problema non sia l’aver scelto quella scuola. Siamo concordi sulla sua “immaturità”, sulla lenta evoluzione. Non mi consola sapere che lui è identico a molti giovani della sua età e che pur crescendo molti di essi non raggiungono una consapevolezza profonda di se stessi e degli altri. Mio figlio potrà anche perdere un anno scolastico, forse gli farebbe anche bene, ma il mio desiderio è che sviluppi quelle risorse interiori che lo aiuteranno nella vita. Nella sua di vita. E’ in prospettiva che sono preoccupata. Mattia è un ragazzo come tanti altri ma, è un figlio meraviglioso. Ora deve riuscire a fare un passo in più per migliorare se stesso. Abbandonare la pigrizia e l’indolenza tipica dell’età. Ma non è che cambiando il nostro atteggiamento di genitori cambierà anche lui. Anzi forse proprio il nostro atteggiamento coerente e costante rappresentano per lui e per Francesco una sicurezza. Mattia deve imparare ad avere più fiducia in se stesso, deve studiare credendo che anche in quel modo sta costruendo la sua vita. Ma non son cose che basta ripetere. Mi ricordo bene quando alla sua età i miei mi facevano gli stessi discorsi… le solite paternali. Poi mi chiudevo in camera e stavo ore a cincischiare sui libri senza concludere nulla.  Mi sorella continua a ripetermi che i nostri genitori erano molto, ma molto, diversi da come siamo genitori noi. E i risultati si vedono – aggiungo io. Comunque sia, contrariamente allo scorso anno Mattia esce di casa pochissimo, frequenta meno (dopo l’incidente del caro amico Alin) i suoi amici più grandi. Continua ad essere molto preso dalla musica rap e dagli amici che cantano e suonano. La preoccupazione riguardo alle sue amicizie però perdura. Anche per questo sono contenta che abbia iniziato il corso arbitri. E’ meglio che sia impegnato anche oltre la scuola. Con i suoi compagni di classe proprio non lega anche se a scuola ci va volentieri. I miei figli non hanno manifestazioni emotive esagerate o violente, mai. Contrariamente invece a quel che - dimostravamo - io e mia sorella. Quello che voglio dire ai professori di Mattia è che ora bisogna incoraggiarlo, motivarlo. Si può accettare un brutto voto meritato ma, questo non può essere motivo di svilimento delle sue capacità. Questo lo deve fare la famiglia ma anche la scuola. Ha collezionato iniziali brutti voti ma, è anche vero che ha preso 7 in matematica orale e 7 e mezzo nel compito scritto. Il profesore non poteva astenersi dal commentare. Mio figlio con aria mesta mi ha riportato ciò che gli ha detto: “Bene, complimenti. Senza studiare raggiungi questi risultati… pensa se tu studiassi !!”. Ho detto a Mattia che il professore non voleva dire una cosa negativa ma ironizzando gli ha detto la verità. Con il Prof. C.Osti ci siamo salutati con l’impegno di rivederci il giorno 27 novembre con anche Mattia. Il Professore parlerà con lui e gli farà fare nuovamente i test attitudinali che da loro sono più strutturati di quelli che vengono eseguiti nelle scuole. Poi farà la stessa cosa con Francesco, gioia dei miei occhi e del mio cuore, visto che a gennaio dovrà scegliere la scuola superiore da frequenatre ed al momento non ha la più vaga idea di cosa fare. In realtà potrebbe fare qualsiasi cosa per quanto è bravo e giudizioso e coscenzioso verso l’impegno scolastico. Ho acquistato per loro, ma forse mi odieranno per questo, i dvd dell’opera completa dei Promessi Sposi, lo sceneggiato di Sandro Bolchi in bianco e nero (bééeello) che conto di riuscire a proprinargli durante i prossimi giorni. Spero di fare qualcosa di utile per loro… Chiusa la parentesi familiare vorrei aprire quella sul mio lavoro. Il mio giovine Capo si presta bene a svariati aneddoti tipici del vivere in ufficio. Il mio capo è davvero il prototipo del capo ufficio per un manuale su come sopravvivere sul posto di lavoro!! Se non fosse così giovane e se non s’impegnasse così tanto credo che non sarei così indulgente… è incredibile come io possa essermi alla fine affezionata a lui e quasi del tutto, mai completamente però, assuefatta ai suoi comportamenti. Non lo sopporto quando mi dice come mi devo comportare con i dirigenti superiori; non lo sopporto quando non condivide le informazioni di lavoro che invece aiuterebbero me a fare meglio il mio; non lo sopporto quando mi sfotte per le mie idee politiche invece di parlarne; non lo sopporto quando si risente perché i colleghi gli rubano le bandierine della sua carta geografica; quando entro nel suo ufficio e non mi considera proprio; non lo sopporto quando mi spedisce a prendergli la cena, da portare a casa, al club dei dirigenti che paga poi una cifra ridicola; non lo sopporto quando mi critica per come educo i miei figli, peggio ancora quando mi da dei consigli (lui figli non ne ha); non lo sopporto quando non mi da i permessi anche se gli dico cosa devo fare; non lo sopporto quando alle 12.40 durante la mia pausa pranzo mi da qualcosa di urgente da fare; non lo sopporto quando fa la stessa cosa alle 18.01; non lo sopporto perché è un accentratore, un viziato dalla vita, non ha il senso dell’umorismo, è permaloso, è ambizioso e si crede molto scaltro, non è affatto generoso. Da lui non ho avuto ne un miglioramento professionale ne economico. A parte tutto queste cose ed alcune altre che ora mi sfuggono, il mio capo non è poi così male: c’è di peggio in giro. Quando ho l’occasione riesco a dirgli quel che penso, riusciamo a parlarci e a comunicare in senso costruttivo, mi lascia abbastanza libera di gestire la sua segreteria, ha quasi completamente imparato a fidarsi di me. Non è uno che rompe, forse perché lavorando così tanto gli e ne manca il tempo. Ho imparato a rispettarlo. Quando ho capito come voleva che fossero eseguite certe cose, mi sono adeguata e adesso me lo gestisco abbastanza tranquillamente. Quello che mi riesce però difficile è lavorare sul “sentito dire” ed ho paura di sbagliare quando mi affidano delle cose da fare senza nemmeno sapere di cosa si tratta. Il mio capo non riesce a gestire le quattro persone che compongono, oltre me il nostro ufficio. Tutto è gestito da due persone in realtà. E queste due persone non hanno nessuna intenzione di trasferire le conoscenze, nemmeno di condividerle quando non serve, agli altri due colleghi ed a me. Io questo lo trovo sconcertante, davvero. Invece a me piacerebbe poter approfondire le mie superficiali conoscenze e per quante volte io l’abbia chiesto mi è sempre stato negato. Non c’è la necessità e tanto meno la voglia di far “crescere” qualcuno. La stessa cosa fa con me l’altro mio capo ufficio adducendo la scusa che non sono laureata e quindi quello che nella mia posizione posso fare: lo sto già facendo. Il risultato è che per “sentito dire” ho acquisito una conoscenza superficiale di tutto un po’. Talvolta è frustrante e talvolta faccio spalluce. Alla fine so che quello che più mi interessa è vivere serenamente il rapporto con i miei colleghi e con i superiori, fare bene il mio lavoro e riuscire a barcamenarmi tra le tensioni che inevitabilmente si vengono a creare. La vita è altrove, mi dico. Ci sono valori più importanti che mi aspettano a casa, compresi i miei gatti ed il canarino. Alla luce di tutto ciò che ho scritto, in tempi diversi, posso dire che riassumere la realtà è uno sforzo funzionale per distrarre l’attenzione da voli pindarici e sogni senza fondamento. Questo mi trovo costretta a fare mio malgrado, non ho alternative.




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26 ottobre 2006

Il cacciatore di aquiloni

 

Nel paesello dove lavoro c’è una piccola biblioteca comunale; è grande poco più di una stanza, inserita tra altri uffici in una barchessa veneta ristrutturata. A me piace molto perché i libri sono esposti sulle scaffalature. Li posso prendere, toccare, sentirne l’odore e vederne i colori. Le novità librarie sono esposte nell’anticamera. Non ci sono spesso grandi novità. Talvolta capita. Talvolta capita anche che il Comune accolga le richieste di acquisto di libri consigliati dai frequentatori della biblioteca e così io aspetto. Passo di la abbastanza regolarmente per lasciare giù i libri letti e, quando ho tempo, soffermarmi un po’ per sceglierne altri. Una media di tre libri al mese, ma potrei fare di meglio. I ragazzi che si alternano alla segreteria della biblioteca mi fanno la cortesia di avvisarmi telefonicamente quando arriva un libro che ho richiesto oppure un – intercompany, cioè un libro che mi viene prestato da un’altra biblioteca della provincia. Trovo questo un lusso senza pari. Era un po’ che desideravo leggere un libro di un certo spessore, così dico io, uno di quelli che li cominci e non ti fermi più e che quando lo finisci ti dispiace pure. “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini è uno di quelli. Quante metafore saprei fare su quel volo d’aquilone, quante interpretazioni mi vengono in mente sulla potente leggerezza… Storia tristemente attuale. Mi ha regalato il riflesso di un mondo che io non conoscevo, talmente lontano e talmente differente dal nostro che stentavo quasi a credere che fosse ambientato ai giorni nostri: Afghanistan, Kabul, Kandahar, gli Hazara ohmiodio, i Pashtun ed i Talebani mammamia… Storia commovente come tutte quelle che riguardano bambini violati, reietti, ripudiati da dio e dagli uomini; storia d’amore intenso perché la fede genera sentimenti umani altrettanto profondi, principi ugualmente forti; sullo sfondo la storia di una guerra civile devastante, una violenza iniqua. Testo poetico a tratti. Trama originale condotta attraverso i conflitti emotivi dell’io narrante, finale giustamente lieto. Il libro è qui accanto a me, questa sera passerò di sfuggita in biblioteca e lo dovrò lasciare. Ed un poco mi spiace. Il possesso di certi oggetti, al di la del loro valore economico, ti garantisce l’impossibilità di perdere le emozioni ad essi legati e ciò che il ricordo stesso non può trattenere. Anche le fotografie possiedono questo potere, per questo mi piace farne e di mie non ne ho che poche.

 

Per fortuna il ragazzo non sa leggere nei miei pensieri, non sa interpretare le espressioni del mio viso, la mia triste allegria, il mio celiare con lui. Se capisse, io lo so, mi guarderebbe inclinando la testa, arrossendo un poco e mi direbbe: “dai… Ale, smettila di scherzare”. Eppure, che infelice paragone, si scostato dal mio fianco per andar a telefonare alla sua fidanzata. Io sono rimasta li ferma, nella medesima posizione che avevo allora… quel giorno tremendo quando Stefano aveva abbandonato il mio fianco per rispondere alla telefonata di sua moglie. Avevano discusso delle piastrelle del bagno della loro casa nuova, lo saputo solo molto tempo dopo. Quando Stefano aveva finito la conversazione avevamo ripreso silenziosamente il nostro passo lungo il sentiero di campagna in cui ci eravamo addentrati. Dopo pochi minuti avevamo raggiunto la sua macchina e Stefano era scoppiato in urla incoerenti, una imprevedibile reazione. Mi disse che era un bastardo, che mi lasciava, che non mi amava, che amava sua moglie e non avrebbe mai amato altre che lei, che di me non gli era mai importato nulla… Lo sgomento, il terrore puro freddo profondo e buio mi aveva sopraffatta allora come ora.

 




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26 ottobre 2006

Il ragazzo

Il ragazzo mi porge un pacchetto di caramelle. Come fanno i bambini. Mi parla ed arrossisce. Oggi tutti mi dicono: “come sei bella”. Ed io sono e sono stata una bambina senza infanzia.




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25 ottobre 2006

Un ragazzo

Non è del libro dal medesimo titolo di Nick Hornby che vorrei scrivere. Ma di un ragazzo, si perché lui è proprio un ragazzo. Un ragazzo gentile. Un ragazzo che sa già essere uomo quando è necessario. E talvolta riesce ad esserlo in maniera inconsapevole, fugace, con uno sguardo. Uno sguardo da uomo ed un sorriso scanzonato da ragazzo. La gioventù non potrebbe essere più bella. Lui è entrato nei miei pensieri involontariamente, ne sono certa. Con il suo passo esitante, silenzioso tra tanto umano rumore. In un campo di fiori lui è il fiore più bello. Pur essendo in apparenza del tutto simile agli altri, lui è diverso, ha “qualcosa” che agli altri manca. Se fossi un ragazzo vorrei essere come lui (se fossi un uomo vorrei essere come Carlo Imò, naturalmente) perché lui sa voler bene con – attenzione. Ecco… è questo che me lo fa apparire speciale. E c’è una bella differenza tra le espressioni di cortesia, di buona educazione è: l’attenzione. Il mio catalogo stellare di gentilezze ne contiene diverse di sue. Quando mi sono resa conto di quale processo involontario si era innescato in me ho capito anche che lui - è - così. Lui è davvero così con tutte e non lo fa apposta per accattivarsi le simpatie femminili, lo fa spontaneamente. Lui è di animo gentile, non ha in sé alcun calcolo o malizia e lo intuisco perché lui non capisce i sottintesi, non comprende certe battute, tralascia le allusioni, non sta al gioco come invece molti farebbero… anche solo così per svago o divertimento, per autocompiacimento. La sua è una bellezza interiore: i suoi occhi la sanno esprimere, il suo sorriso la disegna. In un campo di fiori lui è il fiore che sceglierei. Ma è un ragazzo. Da quando ho abbandonato la mia di giovinezza e non avendo più nulla a che spartire con essa, ho sviluppato anche un sentimento critico e di accondiscendenza verso i giovani, un distacco naturale, un allontanamento fisiologico. Ho amiche molto giovani che adoro ma, i ragazzi giovani li considero deludenti e davvero poco interessanti. Ma credo che sia normale per una donna della mia età. Nella mia situazione in cui la pressione della realtà, l’eccesso di realtà, mi opprime e mi deprime è facile cadere nella tentazione di tentare una fuga  attraverso il sentimento ma, la mia debolezza mi porterebbe ad indulgere all’autoinganno; la stanchezza a fraintendere le sue manifestazioni; l’inquietudine a provocarlo. Ed io non voglio. Perché lui è così diverso per me? Perché ora che non c’è mi manca? Perché provo questa irritazione nel confessare che la sua – attenzione – non è una esclusiva mia, anzi, in qualche modo mi esclude? Perché questa smania imprevista? So di avere imparato a gestire le mie carenze affettive almeno esteriormente. So di aver scelto spontaneamente di rinunciare alle attenzioni maschili, all’intimità fisica ed emotiva, alle tenerezze esclusive, a tutto un mondo che non mi appartiene più. Per fedeltà. Per una ostinata, forse discutibile, forma di fedeltà a Stefano anzi a tutto quello che insieme abbiamo condiviso. Ho scelto di rimanere fedele al mio sentimento per lui. (il mio amico Eros mi schernisce, non riesce nemmeno a concepire questa cosa ma con il tempo ha imparato ad apprezzarmi) Del resto è Stefano l’abitatore delle miei fantasie, lui solo ha la chiave per penetrare nella mia casa mentale. Ad occhi aperti è lui che sogno, se li chiudo è lui che vedo. Gli attacchi improvvisi del desiderio me li sono sempre spellati di dosso razionalizzando tutto. E poi ironizzando o scherzandoci sopra, giocando con l’argomento come fosse una palla che lanciavo e riprendevo e poi calciavo il più lontano possibile da me. Allontanandomi sempre più da quella parte di me stessa che tanto amavo. Paura degli uomini? Stefano è stata la più grande delusione tra le delusioni. Ed io non sono più disposta a soffrire per un uomo, non sono più disposta a mettermi in gioco, non credo più al genere maschile singolare. Anche se questo è innaturale e doloroso alla mia età. Del resto è colpa mia, lo so bene, pago per ciò che sono e non sono stata ma, io so amare solo così che è poi come vorrei essere amata io: con attenzione. Ma lui è solo un ragazzo, ne sono consapevole. La mia fantasia non avrà voce. In un campo di fiori lui è l’unico fiore che coglierei. Ho già invertito la rotta e resterò ancorata dove non potrà trovarmi.




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24 ottobre 2006

la "squola"

Mi piacerebbe raccontare del nostro ultimo viaggio in camper; del libro che sto leggendo e che tanto mi appassiona; del dolore al ginocchio di mio figlio Mattia; della decisione di mio figlio Francesco di non continuare calcio; dell’inizio del corso arbitri a cui parteciperà Mattia; della mia raccolta privata di gentilezze, il mio catalogo stellare, come lo chiamo io, a cui riesco talvolta ad aggiungere uno o due elementi da collezione e che mi piace sfogliare, quando mi sento triste. Invece no. No perché ci sono le piccole preoccupazioni quotidiane che se vengono trascurate rischiano di diventare dei veri problemi da affrontare quando oramai, lo sai già,  è troppo tardi. Quella di cui voglio parlare è una di quelle situazioni in cui una persona può riuscire a ritrovarsi sola di fronte al mondo; da una parte ci sono io e di fronte a me un muro fatto di persone: gli insegnanti. La scuola intera: professori, ex professori, professori che non c’entrano niente con mio figlio, la preside, chediolabenedica, i bidelli, i compagni di classe, le - mamme - dei compagni di classe, chediomiliberi, l’autista dell’autobus, l’edificio intero !! che sovrasta, enorme. Già mi faceva quest’effetto quando lì ci andavo a scuola io. Erano altri tempi, eccerto, ma l’impronta e la conseguente impressione è rimasta la stessa. Pessima. Ed io sono una persona gentile. Giovedì 12 scorso alle ore 17.15 (penalizzando i genitori che lavorano) c’è stata la prima riunione del consiglio di istituto tra genitori, insegnanti ed alunni della classe 2F del liceo scientifico “Leonardo da Vinci”, classe frequentata, al momento, da mio figlio Mattia. Rispetto allo scorso anno i professori sono cambiati tutti tranne due. A parte il disagio di alunni e genitori, quello che mi è suonato francamente indegno è che – tutti – erano concordi nell’affermare che nella classe ci sono “belle teste”, ma gli alunni sono: indisciplinati, maleducati, irrispettosi delle più semplici regole di comportamento, arroganti, insolenti, infantili, irresponsabili, poco motivati, poco coinvolti. Se l’anno passato questo loro “atteggiamento” è stato tollerato e punito solo blandamente quest’anno, in cui si attendevano un – cambiamento – una – presa di coscienza – da parte dei ragazzi sul loro ruolo all’interno della scuola, non sarà minimamente giustificato. Questo è stato l’incipit del professore di matematica, reggente di classe, recitato a nome e per conto di tutti i professori. Riguardo alle loro proposte per l’anno in corso: “tutto è ancora in fase di programmazione” a parte gli eventi consueti di ogni anno. Solo tre ragazzi sono intervenuti alla riunione. Quello che hanno avuto da dire è stato in merito alle gite scolastiche, quelle di due giorni. Non sapevo se scoppiare a ridere o strapparmi i capelli. Questo era il loro interesse: sapere se si sarebbero fatte delle gite e se sarebbero state di due giorni. E’ scesa nell’aula una seconda coltre di silenzio denso. Mi sono messa a ridere. Mi sono messa a ridere perché hanno 15 anni, ed io me li ricordo bene i miei 15 anni e questi insegnanti mettono paura, scoraggiano, demotivano. Ed io so perché. Lo so perché lì ci ho vissuto come alunna, lo so perché l’anno scorso ero rappresentante di classe e mi sono smazzata tutte le riunioni, lo so perché facevo parte anche del comitato genitori ed ho sentito mille storie diverse, ho partecipato a 4 serate tenute da un filosofo ed una psicologa sull’adolescenza con relative discussioni. Insegnare dovrebbe coincidere con educare e non demotivare. Ascoltavo il professore parlare, raccontare piccoli fatti giornalieri e riconoscevo Mattia, certamente stava parlando – anche – di mio figlio. Ma com’è possibile mi chiedo che un insegnante non riesca a “tenere” a sorreggere, contenere, motivare=interessare un gruppo di 28 ragazzini? E perché questa loro incapacità deve automaticamente diventare una colpa dei genitori? Perché questo suggeriva il tono del professore rappresentante dei professori. E a me non sta bene !! Non mi sta bene questo atteggiamento dei professori così chiuso. Sono intervenuta, unica, per proporre delle soluzioni che l’anno scorso avevano fruttato un minimo di risultato: un maggiore dialogo tra insegnanti e genitori, tempestivo; una coerenza di metodo per aiutare i ragazzi a raggiungere gli obiettivi così ben espressi nel POF, ovvero: piano dell’offerta formativa per il secondo anno del liceo. Ci deve essere un coordinamento tra scuola e famiglia. Ovviamente i professori, sgranando gli occhi, si sono detti sempre disponibili a questo, anzi, lo ritengono necessario e bla… bla… blà  e bla bla blà !! Falso. Una delle mamme – bene – presenti ha esposto il suo caso: l’anno scorso suo figlio ne ha combinata una grossa e loro ne hanno avuto notizia tramite una nota sul diario ma solo dopo che il ragazzo era stato mandato al cospetto della preside. Una nota sul diario e nessuna convocazione del professore o della preside ai genitori. Sulla pagella 8 in condotta. La preside si è giustificata dicendo che questo ragazzo ha riportato tutti ottimi voti e che se lei si deve mettere a chiamare anche i genitori di chi va non solo bene ma benissimo allora la sua vita è finita. Giustamente, la mamma ha detto che più dei voti le interessa l’educazione di suo figlio e vuole essere al corrente del suo comportamento al di là del fatto che vada bene o male a scuola. Allora la preside è partita via con la solita filippica che questa è una scuola di un certo livello e che il grado di istruzione è elevato, di qualità, riconosciuta in tutto il triveneto, che i ragazzi devono darsi da fare perché la scuola offre loro molte opportunità (e questo è vero) e di conseguenza bisogna che ci sia una selezione. Lamentava inoltre che per quest’anno ci sono stati più di 350 nuovi iscritti e le prime sono arrivate sino alla sezione “O” ed i ragazzi che – non ce la fanno – o – non vogliono impegnarsi - sono incoraggiati, invitati, a cambiare indirizzo scolastico o istituto. Nutro il sospetto che la preside non gradisca gli extracomunitari e i non-abili e comunque quei ragazzi che non si adeguano (vedi per l’abbigliamento, vedi per le idee) allo streotipo standard dello scolaro trevigiano. L’edificio scolastico non è stato modificato in nulla dai miei tempi, circa 30 anni fa, nulla è stato portato a norma e a vantaggio delle persone disabili. Tante idee, tante parole, tanti progetti e fatti zero. Ma, questo va detto, nulla contrasta la elevata qualità di questa scuola e la sua notorietà. La preside è veramente infaticabile e in gamba. Certo è una conservatrice, una tradizionalista e questo a me sta benissimo. Sono le “differenze” che non mi stanno bene. Non mi sta bene il fatto che Mattia è passato in seconda con tre debiti importanti quando era chiaro che doveva essere bocciato !! Ma perché bocciarlo ? dopo sarebbero stati 351 i ragazzi da sistemare nelle prime ed i ripetenti, si sa, in genere sono quelli che non hanno voglia di studiare… mio figlio appunto era uno di questi. Ed andava bocciato. Avrebbe ed avremmo sofferto meno perché oltre al danno anche la beffa poiché agli esami di settembre, nonostante le ripetizioni e il camps d’inglese, mio figlio non ha superato neanche uno dei tre debiti !! Anzi, essendo cambiati i professori, questi nuovi gli hanno dato nelle prove una votazione addirittura inferiore a quella con cui era stato rimandato. Io mi chiedo come sia possibile… La fine della riunione è giunta tra il silenzio dei presenti. Fuori dall’aula s’era già formato il gruppetto delle solite poche mamme patinate e dai figli super bravi, super fighi, che non si sa come: non studiano mai o molto poco e hanno sempre buoni voti. Si riuniscono nella casa del centro di uno o nella villa dell’altro e studiano in gruppo. Vengo a sapere così che il giorno dopo si sarebbero tenute le elezioni dei rappresentanti di classe. Ho avuto un mancamento. Vedevo mani ingioiellate che mi roteavano sotto gli occhi, olezzanti di profumo, sentivo le loro voci che mi dicevano: “Maccome… tuo figlio non te lo ha detto ? è domani alle 15.30” - “Mah… tuo figlio non ti ha dato il comunicato la settimana scorsa? Eh… a proposito ti ricandidi anche per quest’anno ? perché io ti voto…” continuavano a ridacchiare e già cambiavano argomento senza più fare caso a me. Io ero pietrificata. In un attimo mi è passata davanti l’immagine di me che chiedevo al mio capo ufficio un altro permesso per andare a scuola… mi immaginavo la sua faccia, l’espressione dei suoi occhi mentre li distoglieva dalle carte per puntarli su di me… agghiacciante. Non potevo nemmeno sperare in una sua buona giornata, da settimane non ne ha. Uscendo da scuola, oramai erano quasi le 20.00, riuscivo solo a pensare che in qualche modo sarei riuscita a convincere il mio capo, si ! ce l’avrei fatta sicuramente ad essere a scuola per le elezioni il pomeriggio seguente.

Poi mentre me ne tornavo a casa ripensavo alla riunione, ero arrabbiata con Mattia, con i professori, con la preside, con quelle desperate housewifes finte come la serie televisiva, ce l’avevo con tutti ma proprio tutti !! Sapevo che Mattia mi stava aspettando a casa ed io non sapevo proprio con quali parole parlare della riunione.

 

 




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29 settembre 2006

oggi 29 settembre...

“…seduto in quel caffè io non pensavo a te”. Ciao Lucio, ovunque tu sia. Sst… parlate a bassa voce, per favore, niente acuti, niente gesti inconsulti, nessun rumore che superi il cicalio di fondo di questo ufficio. Il tono di voce dei miei colleghi può essere rassicurante. Gabriele, Francesco, la Maria Chiara, la Giulia… Lo squillo dei telefoni mi perfora il cervello in maniera quasi dolorosa. Spero solo che l’altra parte, l’altro cinquanta per cento del mio ufficio, non si scateni come spesso accade. Credo che se il Generale Tedesco, la mia collega, oggi mi impartisce qualche ordine con il suo tono piccato potrei arrivare a non rispondere delle mie azioni. Tra poco vado a fare una passeggiata con la scusa di consegnare documenti urgentissimi, riservatissimi del mio Capo che certo non possono aspettare il prossimo giro della posta. Accarezzo il mio quaderno delle citazioni, logoro e pieno di non-sfruttata saggezza, J.L. Borges è un riferimento per la mia anima, puntuale l’accoglie, con dolcezza mi svela verità, verità finalmente dopo così tante menzogne! I suoi versi accompagnano il mio passo, nelle sue parole io mi rifugio per scollarmi di dosso un quotidiano in cui io non mi riconosco quasi più o solo a tratti.

 

Il mondo è alcune tenere imprecisioni

 

Non riesco ancora a credere che la mia relazione con Stefano sia finita. Per quanto tempo sia passato, per quanto ne stia passando, non riesco a rassegnarmi al pensiero che Stefano non tornerà. Ora riesco a vedere senza eccesso emotivo tutti i frammenti che hanno composto gli anni, i lunghi anni della nostra relazione. Dipendevo completamente da quella che credevo essere la nostra vita. Lo amavo con una intensità tale che ogni cosa, ogni pensiero, tutto ciò che erompeva da me era influenzato da questo sentimento. Mi rendevo conto che – essere l’amante di un uomo sposato – significava essere a disposizione e presentabile ventiquattro ore su ventiquattro. Se ci penso adesso è stato uno sforzo tremendo. Negli ultimi due anni ci vedevamo ogni giorno, tranne i sabati e le domeniche che Stefano trascorreva con la sua famiglia. I nostri incontri fuori dall’ufficio quindi richiedevano un’attenzione grandissima da parte mia. Forse per questo ne conservo ancora ricordi molto nitidi. Raramente abbiamo vissuto con leggerezza il tempo che era nostro, anche se tante volte mi sforzavo di apparire spensierata nel tentativo, spesso vano, di oppormi alla gravità che gli è propria. Non conservavo tempo per me stessa poiché tutto era in funzione di Stefano, non possedevo più una libertà di giudizio. Il mio sentimento per lui, negli ultimi anni, era divenuto così enorme che, sorridendo, mi compiacevo di credere che ci sarebbe bastato per il resto della nostra vita. E in qualche modo è stato così. Nei primi anni invece, pur vedendoci regolarmente, trascorrevano tre o quattro giorni tra un incontro e l’altro. Sono stati anni molto difficili, era un tempo di assestamento non privo di sofferenze e solitudine. Trascorrevo i miei giorni in attesa, sospesa, come fossi su una zattera che tra acque indolenti o tempestose mi avrebbero prima o poi ricondotto a lui. Stefano riusciva ad essere molto presente anche se non fisicamente e questo mi confortava. Per me non esisteva un’altra realtà che non fosse quella e mi riusciva difficile credere di poterne vivere una diversa. Non mi rassegnavo alla mia condizione ma mi ci aggrappavo disperatamente. Tanto che ne sono rimasta prigioniera. Di quella donna che ero in quegli anni, non è rimasto quasi nulla. Mi sono convinta che quella “me” poteva esistere solo dall’unione di due persone, di me e di  Stefano. “Una così non sarei mai riuscita a tirarla fuori da sola”. Ho sempre amato in questo modo, ne riconosco lo stile ed i limiti, e non so amare diversamente. E’ qualcosa che ha origini molto lontane e profonde. Eppure sapevo, sapevo bene, che una coppia può sopravvivere tra mille aggiustamenti e compromessi ma io allora non riuscivo ad accettarlo, non per Noi. La moglie di Stefano, pur sapendo della nostra relazione, ci è riuscita benissimo. Ed anche se questi falsi equilibri sono – altro da me, essi si ripropongono e perdurano in molte coppie, che a me piaccia o no. Ciò che ora sento e sono altro non è che il risultato dello sviluppo degli avvenimenti accaduti. E tutte le risposte che io posso riuscire a darmi o inventarmi per accettare l’abbandono di Stefano non cambieranno la fine della nostra storia. Stefano ha scelto di stare con la moglie e non con me. Questo è. Che l’abbia fatto in modo crudele, vile ed abbietto rende solo più dolorosa la mia condizione. Nemmeno se sua moglie morisse le cose cambierebbero, il finale sarebbe lo stesso. Non c’è niente, niente, che possa modificare ciò che è stato ed è incontrovertibile.




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